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I Domenica di Avvento

Attesa nell’amore e nella gioia

01/12/2017
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

“Gesù Cristo, nostro Signore, al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana portò a compimento la promessa antica e ci aprì la via dell’eterna salvezza. Verrà di nuovo nello splendore della gloria e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa” (dal prefazio).

Il tempo di Avvento segna l'inizio dell’anno liturgico. È preparazione alla celebrazione della grazia del Natale all’insegna della vigilanza e della preghiera, unendo la celebrazione liturgica della prima venuta, già realizzata, con l’attesa della venuta definitiva di Cristo, alla fine dei tempi e, per ciascuno, alla fine della vita.


Gesù stesso nel vangelo ci dice: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora: vegliate dunque”, perché non vi trovi addormentati, o inoperosi o implicati nel male.

La vigilanza e la preghiera le viviamo nella pace e nella gioia: È il Signore che viene, per ciascuno, per le nostre famiglie, per le nostre comunità parrocchiali, per il mondo. Nelle situazioni delicate e difficili del mondo, noi invochiamo il Signore e Lui viene davvero. Abbiamo un esempio di questa preghiera profonda e sincera nella prima lettura, dove il profeta a nome di tutto il popolo, implora perdono e salvezza. Il Signore non solo ha ascoltato ed esaudito con qualche grazia, ma dando il suo stesso Figlio, come manifestazione del suo amore infinito e tutti in Lui siamo salve per sempre.


Gesù ci dice: “Vegliate”.

Noi al mattino facciamo suonare la sveglia per svegliarci e per non alzarci tardi. La Parola di Dio ci dice: Vegliate: state svegli, state attenti, vigilate!

Cosa significa essere svegli? Pensate all’autista di un camion o di una macchina: un autista deve essere sempre sveglio, per fare bene il proprio viaggio, per non incorrere in pericoli che sarebbero gravissimi.

Noi dobbiamo essere svegli, attenti, vigilanti, perché viene il Signore.

Noi aspettiamo questa venuta. C’è sempre l’attesa e la preparazione dell’incontro finale e definitivo con il Signore.


E questo non deve essere un pensiero triste, ma un pensiero di speranza, di gioia. È bello pensare che al termine della nostra vita il Signore ci aspetta a braccia aperte. Noi sappiamo dove stiamo andando: non sappiamo quando, ma sappiamo dove: nelle braccia del Padre nostro che è nei cieli. Questo ci commuove. Noi sappiamo che la nostra vita, a volte travagliata, a volte con prove e sofferenze, questa nostra vita avrà una conclusione felice. Sappiamo che il Signore ci attende per darci la vita che non avrà più fine, nella pace e nella gioia, nella pienezza del suo amore. Quando si sa perché si vive, vale la pena vivere e vivere nel modo migliore. La fede dà questo senso pieno all’esistenza, altrimenti saremmo tentati tante volte di disperazione. Questa attesa del Signore ringiovanisce la nostra vita, ci fa sentire come bambini che hanno tutto il loro futuro davanti. Per noi, anche a 80 anni e più, il futuro è avanti, la nostra piena realizzazione deve ancora arrivare. E se fisicamente sono calate le forze, ci è dato il tempo della vigilanza, della preghiera, della preparazione, dell’amore, in attesa dell’Incontro e dell’abbraccio con il Signore.

 

Nell’esperienza spirituale di Luisa la vigilanza è stato l’atteggiamento che ha caratterizzato l’intera sua esistenza. La vigilanza l’ha vissuta anzitutto nello scrivere pazientemente per 40 anni, attenta a riportare tutto quello che il Signore le aveva rivelato nei colloqui con Lui; vigilanza nello stare a letto per più di 60 anni, senza mai perdere di vista la missione che il Signore le aveva dato nell’essere un’anima vittima; vigilanza nell’attendere la venuta quotidiana del Signore, che a volte si negava o ritardava. In questo Luisa soffriva terribilmente. La privazione era come un esilio; per quanto lei lo chiamava e pregava, a volte Gesù, non si degnava di farsi vedere. Il suo povero cuore agonizzava per la pena che sentiva, perché Colui che formava la sua vita era lontano da lei.

 

In un brano datato 28 agosto 1923 di fronte alla domanda di Luisa sul perché Gesù non veniva e la faceva tanto aspettare, quasi da farle perdere la speranza del suo ritorno, Gesù stesso le risponde dicendo che, avendo Lui messo in lei la proprietà del Divin Volere, vuole che non solo sia posseduto da lei, ma che lo sappia bene conservare, coltivare, allargare, in modo da moltiplicarlo; così le pene, le mortificazioni, la vigilanza, la pazienza e anche la stessa privazione di Gesù, servono ad allargare e a custodire i confini della Divina Volontà nella sua anima. Non basta possedere, ma saper possedere. Cosa può giovare all’uomo possedere un podere, se non si prende la cura di seminarlo, coltivarlo, custodirlo, per poi raccogliere i frutti delle sue fatiche? Se non lavora il suo terreno, di tutto ciò che possiede non ha di che sfamarsi, quindi non è il possedere che rende ricco e felice l’uomo, ma il sapere ben coltivare ciò che possiede. Così sono le grazie di Dio, i suoi doni, specialmente la Divina Volontà, che Gesù ha messo in lei. Essa vuole da Luisa il cibo, vuole il lavorio delle sue pene, dei suoi atti; vuole che in ogni cosa, la sua volontà, tutta sottomessa a quella di Dio, le dia gli onori e il seguito che come ad una Regina si conviene; ed Essa in ogni cosa che Luisa farà e soffrirà, terrà pronto il cibo da dare alla sua anima. E così, Luisa da una parte e la Divina Volontà dall’altra, allargheranno i confini della Suprema Volontà in lei.

don Marco
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