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II Domenica di Pasqua della Divina Misericordia

La misericordia e la pace di Cristo Risorto

06/04/2018
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La misericordia e la pace di Cristo Risorto ci è annunciata dalla Parola di Dio e testimoniata da quanti sono stati instancabili costruttori di pace e di grazia, come san Giovanni Paolo II.

Il saluto di Cristo risorto è sempre “Pace a voi”. È la pace di Cristo morto e risorto, la pace della pasqua, la pace della riconciliazione degli uomini con Dio e degli uomini tra di loro, è la pace di cui ha sempre bisogno il mondo, di cui ha estremo bisogno in questi tempi, in questi giorni. Proclamò Giovanni Paolo II, in un suo messaggio di Pasqua: “Pace a voi! Questo è il primo saluto del Risorto ai discepoli; saluto che quest’oggi ripete al mondo intero. O Buona Novella tanto attesa e desiderata! O annuncio consolante per chi è oppresso sotto il peso del peccato e delle sue molteplici strutture! Per tutti, specialmente per i piccoli e i poveri, proclamiamo oggi la speranza della pace, della pace vera, fondata sui solidi pilastri dell’amore e della giustizia, della verità e della libertà”.

 

Il 7 aprile 1901 Luisa nel suo diario descrive quello che ha visto, ma soprattutto quello che ha vissuto nel contemplare la risurrezione di Gesù. Ha visto con il suo volto tanto risplendente, da non paragonarsi a nessun altro splendore, e pareva che l’Umanità del Signore, sebbene fosse carne viva, fosse splendente e trasparente, in modo che si vedeva con chiarezza la Divinità unita alla Umanità. Da questa luce che contemplava ha sentito una voce che le diceva che tutta la gloria che Gesù ha avuto nella sua umanità è stata data per mezzo della perfetta obbedienza, che distruggendo tutta la natura antica gli ha restituito la nuova natura gloriosa ed immortale. Così l’anima, per mezzo dell’obbedienza può formare in sé la perfetta risurrezione alle virtù. Ed ecco come: se l’anima è afflitta, l’obbedienza la farà risorgere alla gioia; se agitata, l’obbedienza la farà risorgere alla pace; se tentata, l’obbedienza le somministrerà la catena più forte per legare il nemico e la farà risorgere vittoriosa dalle insidie diaboliche; se assediata da passioni e vizi, l’obbedienza, uccidendo questi, la farà risorgere alle virtù. Questo all’anima, e a suo tempo formerà la risurrezione anche del corpo.


Il brano del vangelo di questa domenica ci riporta due apparizioni di Gesù risorto, la prima, la sera di Pasqua ai discepoli chiusi nel cenacolo e l’altra, otto giorni dopo, sempre nel cenacolo con la sottolineatura della incredulità di Tommaso e poi della sua fede.


Gesù dà agli apostoli e alla Chiesa la stessa sua missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Primo compito di questa missione è accogliere lo Spirito Santo e perdonare i peccati, far incontrare le persone con la misericordia di Dio.
È interessante notare che Gesù non ha istituito il sacramento del perdono nel venerdì santo, né in altra occasione, ma la sera di Pasqua. Nel giorno della gioia più grande Gesù ci dona il sacramento del perdono, perché vuole darci la gioia di Dio che è infinita, perché vuole farci sperimentare tutta la tenerezza di Dio Padre, come ci aveva raccontato nella parabola del Padre misericordioso.


In questo primo incontro manca Tommaso. Di fronte al racconto degli altri, egli si ostina a non credere: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, se non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. L’incontro della domenica successiva sembra voluto da Gesù proprio per incontrare Tommaso (che avrà passato una settimana d’inferno nel suo essere senza fede) per aiutarlo a credere, per confermarlo nella sua adesione a Lui morto e risorto e alla comunità degli altri (la Chiesa). Gesù dice: “Metti il dito, metti la mano ... e non essere più incredulo, ma credente”. Queste parole dobbiamo sentirle caldamente rivolte anche a noi. Tommaso riesce a pronunciare l’espressione più alta della fede: “Tu sei il mio Signore e il mio Dio”.

Gesù conclude: “Perché hai veduto, hai creduto, beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. Qui sono preannunciati i credenti di tutti i tempi, i semplici cristiani, come i santi e i martiri, gli apostoli della evangelizzazione e quelli della carità; qui siamo preannunciati anche noi, credenti di oggi, che “pur non avendo visto”, sappiamo che Cristo, morto sulla croce, è risorto ed è il Salvatore, l’unico Salvatore del mondo, il Salvatore della vita di ciascuno di noi. Cristo è il nostro tesoro, la nostra gioia, il senso di tutta la nostra vita. Il vangelo ci ha riportato questi fatti “perché crediamo che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiamo la vita nel suo nome”.


Anche noi vorremmo vedere Gesù, soprattutto quando ci sentiamo soli, nella prova, sotto il peso delle difficoltà. Forse pensiamo: se fossimo vissuti al tempo di Gesù, avremmo potuto vederlo, toccarlo, ascoltarlo, parlare con lui ... Gesù dice a Tommaso: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. Gesù pensava anche a noi, che non possiamo vedere Gesù con gli occhi del corpo, ma che pure possiamo vederlo con gli occhi della fede. Anche ai tempi di Gesù non bastava vederlo; tanti pur vedendolo, non gli credettero. Già molti fra i primi cristiani non avevano visto personalmente Gesù, ma vivevano quella beatitudine che siamo chiamati a vivere anche noi. I primi cristiani avevano capito bene dove nasce la fede di cui Gesù parlava: nasce dall’amore. Credere è scoprire di essere amati da Dio; è imparare ad amare ogni giorno gli altri. Così ci testimonia la prima comunità cristiana di cui ci parla il libro degli Atti. Se tu ami, Dio entra in te. Lui dà un modo nuovo di guardare la realtà che ci circonda. La fede ci fa vedere gli avvenimenti con i suoi stessi occhi, fa scoprire il disegno che Egli ha su di noi, sugli altri, sulla creazione intera.

don Marco
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