Ritorna ai vangeli

III Domenica di Quaresima

Le cose non possono far tacere la coscienza

02/03/2018
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

La prima lettura di oggi (Es 20,1-17) propone un passo tra i più incisivi della Bibbia: l’elenco dei comandamenti. In genere li si conosce in una forma sintetica, facile da mandare a memoria; è interessante sentirli ogni tanto nella loro forma integrale.


L’episodio del vangelo (Gv 2,13-25) è di quelli che concorrono a delineare di Gesù un ritratto “scomodo”. Certi scritti pietistici lo presentano come la quintessenza della bontà, ma intesa come indulgenza ad ogni costo; della tolleranza, ma come remissiva passività. Si dimentica ad esempio che egli non esita a minacciare guai ai farisei ipocriti (Lc 11,37-44), a dare della volpe ad Erode (Lc 13,33) e addirittura del satana a Pietro quando questi pretende di distoglierlo dal suo itinerario di vita (Mt 16,23). E nel brano di questa domenica egli dimostra tutta la sua intransigenza sui princìpi e sui valori inalienabili.


“Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”.

Un tale comportamento di Gesù sorprende, e non solo perché sembra lontano dal suo “stile”. Il tempio di Gerusalemme, centro della fede ebraica e cuore della nazione, vedeva un continuo andirivieni di fedeli, molti dei quali vi recavano animali da offrire in sacrificio: non era pensabile se li portassero da casa, specie se abitavano lontano, mentre quanti intendevano lasciarvi un’offerta in danaro dovevano cambiarlo con l’antica moneta, altrove fuori corso ma la sola accettata nel tempio. In fondo dunque quei mercanti, oltretutto stanziatisi nel più esterno dei cortili del sacro edificio, svolgevano un servizio utile: perché scacciarli?


In realtà l’episodio è importante perché Gesù vi si proclama Figlio del “Padrone di casa”, e denuncia lo scandalo del mercanteggiare il rapporto con il Padre suo, o ritenerlo una pratica formale, ridotta al “sentirsi a posto” con il semplice offrirgli qualcosa. In tal senso il monito assume una validità perenne; oggi come ieri incombe sulla coscienza di ciascuno l’illusione di tacitarne i rimproveri con l’osservanza esteriore del culto o magari col metter mano al portafoglio. La fede implica ben altro, come appare anche dal seguito dell’episodio.


A chi gli chiede conto del suo inusitato comportamento, Gesù risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. E l’evangelista aggiunge: “Egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. Ecco: la fede trova in lui il nuovo e perfetto tempio, distrutto dalla croce e ricostruito con la risurrezione; il suo corpo morto e risorto è il “luogo” dove incontrare Dio. Le chiese cristiane sono la casa della “comunità” (domus ecclesiae), che vi si raduna per entrare in intima comunione con Gesù morto e risorto, specie nella celebrazione eucaristica. Trascurare la Messa, o parteciparvi solo per distratta abitudine, o sostituirla con pratiche magari in sé buone ma rispondenti piuttosto ai gusti personali, significa non aver compreso il valore del dono, né che di un dono appunto si tratta. Con Dio non si mercanteggia, né si possono seguire opinioni personali; l’atteggiamento appropriato, da parte dei destinatari di un tale dono, è anzitutto la più profonda riconoscenza, che si traduce nell’impegno a vivere in modo coerente con il rapporto profondo che il dono instaura.

 

Il 14 agosto 1917 Luisa scrive un lungo brano per spiegare la grande differenza tra il fare la Volontà di Dio e il vivere nel Divino Volere.

Vivere nel Divin Volere, per Luisa significa essere inseparabile, non fare nulla da sé, perché innanzi al Divin Volere la creatura si sente incapace di tutto, non chiede ordini né riceve, perché si sente incapace di andare da sola e dice: “Se vuoi che faccia, facciamo insieme, e se vuoi che vada, andiamo insieme”. Sicché fa tutto ciò che fa il Padre. Se il Padre pensa, fa suoi i pensieri del Padre e non un pensiero in più fa di quelli del Padre; se il Padre guarda, se parla, se opera, se cammina, se soffre, se ama, anch’essa guarda ciò che guarda il Padre, ripete le parole del Padre, opera con le mani del Padre, cammina coi piedi del Padre, soffre le stesse pene del Padre ed ama con l’amore del Padre; vive non fuori, ma dentro il Padre, sicché è il riflesso e il ritratto perfetto del Padre, ciò che non è per chi vive solo rassegnato. Questa figlia è impossibile trovarla senza il Padre, né il Padre senza di lei, e non solo esternamente, ma tutto il suo interno si vede come intrecciato con l’interno del Padre, trasformata, sperduta tutta, tutta in Dio.

 

Nel Divin Volere, anche le cose più piccole prendono altro aspetto, acquistano nobiltà, splendore, santità divina, potenza e bellezza divina, si moltiplicano all’infinito e in un istante fa tutto, e dopo che ha fatto tutto dice: “Non ho fatto nulla, ma l’ha fatto Gesù e questo è tutto il mio contento, che misera qual sono, Gesù mi ha dato l’onore di tenermi nel Divin Volere per farmi fare ciò che ha fatto Lui”. Sicché il nemico non può molestare questa figlia se ha fatto bene o male, se poco o molto, perché ha fatto tutto Gesù e lei insieme con Gesù. Questa è la più pacifica, non è soggetta ad ansietà, non ama nessuno ed ama tutti, ma divinamente, si può dire: È la ripetitrice della vita di Gesù, l’organo della sua voce, il palpito del suo cuore, il mare delle sue grazie.

In questo solo consiste la vera santità; tutte le altre cose sono ombre, larve, spettri di santità. Nel Voler Divino le virtù prendono posto nell’ordine divino; invece fuori di Esso, nell’ordine umano, sono soggette a stima propria, a vanagloria, a passioni. Quante opere buone e quanti Sacramenti frequentati sono da piangersi innanzi a Dio e da ripararsi, perché vuoti del Divin Volere, quindi senza frutti. Volesse il Cielo che tutti comprendessero la vera santità! Oh, come tutte le altre cose scomparirebbero!

 

Quindi, molti si trovano sulla via falsa della santità, molti la mettono nelle pie pratiche di pietà e guai a chi li sposta … e s’ingannano! Se i loro voleri non sono uniti con Gesù ed anche trasformati in Lui, la preghiera con tutte le pie pratiche, la loro santità è falsa, e si vede che queste anime passano con molta facilità dalle pie pratiche ai difetti, ai divertimenti, a seminare discordie ed altro.

Altri la mettono nell’andare in chiesa ad assistere a tutte le funzioni, ma il loro volere è lontano da Gesù e si vede che queste anime poco si curano dei propri doveri e, se vengono impedite, si arrabbiano, piangono che la loro santità se ne va per aria, si lamentano, disubbidiscono, sono le piaghe delle famiglie.

 Altri la mettono nelle confessioni frequenti, nelle direzioni minute, nel fare scrupolo di tutto, ma poi non si fanno scrupolo che il loro volere non corra insieme col Volere di Gesù, guai a chi le contraddice! Queste anime sono come quei palloni gonfi, che per un piccolo buco fanno uscire l’aria e la loro santità va in fumo e va a terra, e questi poveri palloni hanno sempre da dire, sono al più portati alla mestizia, vivono sempre nel dubbio e quindi vorrebbero un direttore per loro, che in ogni piccola cosa li consigli, li rappacifichi, li consoli, ma subito sono più agitati di prima.

La vera santità sta nel fare la Divina Volontà e nel vivere nel Divin Volere. Questa santità getta le radici tanto profonde, che non c’è pericolo che oscilli, perché riempie terra e Cielo e dovunque trova il suo appoggio; è ferma, non soggetta ad incostanze, a difetti volontari; è attenta ai propri doveri, è la più sacrificata, distaccata da tutti e da tutto, anche dalle stesse direzioni e siccome le radici sono profonde, si eleva tanto in alto, che i fiori ed i frutti sbocciano nel Cielo, ed è tanto nascosta in Dio, che la terra poco o nulla vede di quest’anima; il Voler Divino la tiene assorbita in Lui; solo Gesù è l’artefice, la vita, la forma della santità di questa invidiabile creatura. Non ha niente di suo, ma tutto è in comune con Gesù, la sua passione è il Divin Volere; la sua caratteristica è il Volere del suo Gesù ed il ‘Fiat’ è il suo motto continuo.

don Marco
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