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XIX Domenica del Tempo Ordinario

Il dono del Padre contro lo sconforto

09/08/2018
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

Nel brano evangelico di oggi (Gv 6,41-51) continua l’insegnamento di Gesù, rivolto a quanti l’hanno seguito a Cafarnao, dopo avere beneficiato della moltiplicazione dei pani e dei pesci. All’auto-rivelazione di lui (“Io sono il pane disceso dal cielo”), sentita domenica scorsa e ripresa oggi, i suoi ascoltatori restano sconcertati e si chiedono: “Costui non è forse il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre; come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?” Ma Gesù ribadisce: “Chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita, il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”.


È già chiaro - lo sarà più avanti ancora meglio - il riferimento all’Eucaristia. E per spiegarne la portata egli riprende il confronto con quello che gli ebrei chiamavano il pane dal cielo, la manna che nel deserto aveva nutrito gli antenati, liberati dalla schiavitù dell’Egitto: “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; io sono il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”. Gesù stesso stabilisce così una sorta di parallelo tra il “pane del cielo” dell’Antico Testamento e quello del nuovo: un parallelo in cui l’antico preannuncia il nuovo, e anzi trova nel nuovo il suo senso pieno, il suo compimento, la sua perfezione.


Un preannuncio dell’Eucaristia nell’Antico Testamento è anche nell’episodio che costituisce la prima lettura di oggi (1Re 19,4-8). Riguarda il profeta Elia, vissuto nell’antico regno dissidente d’Israele, colto in un momento di sconforto: dopo tante lotte, tanti rischi, tante imprese memorabili per ricondurre a Dio un popolo ribelle, egli deve costatare il proprio fallimento: tutti preferiscono seguire le false, ma facili e comode divinità pagane. Allora il profeta se ne va; si inoltra nel deserto, si corica sotto una ginestra e chiede a Dio di farlo morire; ma Dio interviene, mandandogli pane e acqua con l’ordine di proseguire il cammino, che lo porterà all’incontro diretto con lui.


Lo sconforto di Elia riflette quello che prima o poi tanti provano: delusione, sfiducia, amarezza, coscienza dei propri limiti, voglia di gettare la spugna in quel match senza fine che a volte sembrano, uno dopo l’altro, i giorni dell’uomo. Ma quando avviene così, è perché ci si dimentica degli aiuti di Dio: la sua Parola, le sue promesse, la certezza che egli è sempre con i suoi e offre a loro sostegno il vero “pane dal cielo”.


Elia, come gli ebrei con la manna, come la folla per la quale Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci, ha ricevuto un cibo materiale, concesso “una tantum” in circostanze particolari. Ma quanto più grande è il nutrimento spirituale! Eppure esso non è appannaggio di qualche privilegiato: è disponibile per chiunque lo voglia ricevere, e non una volta sola, ma sempre, per quanto possa durare il viaggio sino alla meta.


L’Eucaristia è anche il sostegno indispensabile a realizzare quel ritratto del cristiano ideale che l’apostolo Paolo traccia a beneficio dei cristiani di Efeso e di tutti gli altri, di allora come di oggi (seconda lettura, Ef 4,30-5,2). Dice così: Fratelli, “non vogliate rattristare lo Spirito Santo ... Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi (per i meriti di) Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi”.

Quello dell'apostolo è un ritratto duplice: prima delinea come il cristiano non deve essere, per non rattristare il Signore (che bella motivazione!); poi il positivo, per suggerire come vivere nell’amore, imitando l’amore di Cristo per noi. Non c’è da dire nulla di più.

 

Nel brano del 2 novembre 1926, mentre Luisa stava seguendo nel Volere divino quello che Gesù ha fatto nella Redenzione, lo stesso Gesù le spiega come il suo operato in terra è servito come rimedio e medicina, come cibo agli infermi, ai ciechi, ai muti, a tutte le specie di malati, e siccome erano malati non gustavano, né ricevevano tutta la forza che contengono tutti i rimedi che Gesù è venuto a portare per il loro bene.

Ma il Sacramento Eucaristico che Gesù ha lasciato come cibo per dare perfetta salute, molti lo ricevono più volte e si vedono sempre malati. Quanti palati corrotti (esclama Gesù), quanti stomachi con indigestione, che impedisce loro di sentire il gusto del cibo del Cielo, e non digeriscono tutta la forza della Vita Sacramentale, e perciò restano infermi e, siccome sono membra febbricitanti nel male, lo prendono senza appetito!

Ed ecco che Gesù desidera tanto che venga il regno del “Fiat Supremo”, perché allora tutto ciò che Gesù ha fatto venendo sulla terra servirà come cibo a quelli che godranno di perfetta salute. C’è differenza tra un ammalato che prende lo stesso cibo ed un altro che gode di perfetta salute! L’infermo lo prende senza appetito, senza gusto, e gli serve per mantenersi e per non morire. Il sano lo prende con appetito e, siccome lo gusta, ne prende di più e si conserva forte e sano. Pertanto sarà contento Dio nel vedere che nel regno del Divin Volere tutto ciò che ha fatto servirà, non più come cibo agli infermi, ma come cibo ai figli del regno, e saranno tutti pieni di vigore e di perfetta salute.

Anzi, col possedere la Divina Volontà possederanno la vita in modo permanente in loro stessi, come la posseggono i beati nel Cielo. Sicché la Divina Volontà sarà il velo che nasconderà la sua vita in loro. E siccome i beati hanno Dio dentro di loro come vita propria (perché la vera felicità tiene il suo principio all’interno dell’anima), perciò la felicità che ricevono continuamente dalla Divinità si dà la mano, il bacio, con la felicità che posseggono dentro, e sono pienamente felici. Così l’anima che possiede la Divina Volontà avrà in sé la vita divina per sempre, che le servirà di cibo continuo, non una volta al giorno, perché la Divina Volontà ne farà più sfoggio; né si contenterà di darsi una volta al giorno, ma si darà continuamente, perché sa che hanno un palato puro e uno stomaco forte, per gustare e digerire in ogni momento la forza, la luce, la Vita divina; e i Sacramenti servono come cibo, come diletto, come nuova felicità alla vita del “Fiat Supremo” che possederanno.

Il regno della Divina Volontà sarà l’eco della Patria Celeste, nella quale i beati, mentre posseggono come vita propria il loro Dio, lo ricevono anche da fuori di loro stessi. Sicché dentro e fuori di loro, Vita divina posseggono e Vita divina ricevono.

Che grande felicità avrà Dio nel darsi Sacramentato ai figli che vivono nella Divina Volontà e trovare in loro la stessa vita divina? Allora sì, Dio avrà il frutto completo della Vita Sacramentale e, mentre si consumeranno le specie, non sentirà più il dolore di lasciare i suoi figli senza il cibo della sua vita continua, perché la Volontà divina, più che accidenti sacramentali, manterrà la sua Vita divina sempre col suo pieno possesso. Nel regno del Divin Volere non ci saranno né cibi, né Comunioni interrotte, ma perenni, e tutto ciò che Gesù ha fatto nella Redenzione servirà loro, non più di rimedio, ma di diletto, di gioia e di felicità e bellezza sempre crescente. Sicché il trionfo del “Fiat Supremo” darà il frutto completo al regno della Redenzione.

 

don Marco
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