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XVIII Domenica del Tempo Ordinario

I miracoli non bastano a chi non vuole credere

02/08/2018
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

Siamo al secondo tempo dell’episodio che compone il sesto capitolo del vangelo di Giovanni. Nei versetti 24-35 si narra come, dopo avere sfamato cinquemila uomini con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù si sposti con gli apostoli in un’altra località sulle rive del lago di Galilea, la cittadina di Cafarnao. La folla li segue, e Gesù ne sa bene il motivo: tutti sperano che egli continui a sfamarli; perciò li invita a guardare oltre il fatto prodigioso, per cercarne il vero significato. “Voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che io vi darò”. Capiscono che a questo scopo egli richiede la fede in lui; ne avrebbero avuto ragioni più che sufficienti, dopo il clamoroso miracolo della moltiplicazione, e invece ne vogliono un altro: “Quale segno compi tu, perché lo vediamo e ti crediamo?” E citano ad esempio Mosè, cui attribuiscono il merito di avere sfamato per anni il popolo d’Israele nel deserto, procurandogli ogni giorno la manna.


Alla folla non basta dunque l’essere stati sfamati in tanti con solo cinque pani e due pesci, e c’è da scommettere che a molti neppure altri miracoli sarebbero bastati. Par di sentire quanti, anche oggi, si dicono disposti a credere solo se vedono un miracolo. In realtà anche oggi, e non solo a Lourdes, avvengono fatti che la scienza non sa spiegare, accertati e documentati con uno scrupolo che a molti pare persino eccessivo; ma proprio chi pretende miracoli trova sempre pretesti per non riconoscerli.

Gesù stesso l’ha ricordato, con la parabola (Vangelo secondo Luca 16,19-31) del povero Lazzaro, cui il ricco banchettante nega persino le briciole; quando il ricco dall’inferno chiede che Lazzaro torni in terra ad avvertire i suoi fratelli perché non finiscano anche loro dov’è lui, si sente rispondere: “I tuoi fratelli hanno per guida la Parola di Dio; se non credono a quella, non crederebbero neppure se uno risuscitasse dai morti”.


Neppure Gesù a Cafarnao compie un altro miracolo per quegli increduli, che lo pretendono come condizione per credere in lui. Invece li invita a riflettere: “Non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. E rivela: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” Spiegherà più avanti - lo sentiremo le prossime domeniche - come egli possa essere il pane della vita: il pane che nell’Eucaristia si fa suo corpo; il pane in grado di soddisfare le aspirazioni più profonde che, più o meno consapevolmente, albergano in ciascun uomo e che solo Dio può soddisfare.

 

Di questo Pane divino, la manna del deserto era solo una prefigurazione, un preannuncio. Lo si comprende meglio, se si ricorda e si intende nel suo più profondo significato il contesto in cui quel dono si colloca, cioè la fase della storia ebraica denominata esodo (prima lettura). Il popolo d’Israele era oppresso in Egitto, quando Dio mandò Mosè a liberarlo; lo condusse fuori da quella terra di schiavitù, gli fece passare prodigiosamente il mare e lo nutrì per quarant’anni con la manna, sino a quando giunse nella terra promessa. Si può leggere in questa vicenda il “viaggio” che è la vita del cristiano. Egli nasce nella terra di quella schiavitù che è il peccato; Dio manda il suo Figlio a liberarlo: attraverso l’acqua del Battesimo, e nutrito per tutta la vita dall’Eucaristia, lo conduce alla vera terra promessa, la vita eterna. I fatti dell’Esodo dunque, tangibili e materiali, aiutano a comprendere quelli, invisibili perché spirituali, che nella sua immensa bontà Dio compie per chiunque li voglia riconoscere.

 

Anche a noi, vivendo nella Divina Volontà, ci è stata data la possibilità di formare questo cibo per la nostra vita spirituale: lo spiega Gesù a Luisa il 17 dicembre 1914.  Nell’Eucaristia la veste che copre Gesù nel Sacramento sono gli accidenti del pane con cui viene formata l’ostia. La vita che esiste in quest’ostia è il Corpo, il Sangue e la Divinità di Gesù Cristo. L’atto che contiene questa vita è la Sua Suprema Volontà, e questa Volontà svolge l’amore, la riparazione, l’immolazione e tutto il resto che Gesù fa nel Sacramento, che mai si sposta un punto dal suo Volere; non c’è cosa che esce da Lui, in cui il Suo Volere non vada innanzi.

Ed ecco come anche noi possiamo formare l’ostia: l’ostia è materiale e tutta opera umana; anche noi abbiamo un corpo materiale ed una volontà umana. Questo nostro corpo e questa nostra volontà, se li manterremo puri, retti, lontani da qualunque ombra di peccato, sono gli accidenti, i veli per poter consacrare e far vivere Gesù nascosto in noi. Ma non basta, ciò sarebbe come l’ostia senza la consacrazione; onde ci vuole la Sua vita. La vita di Gesù è composta di santità, di amore, di sapienza, di potenza, ecc., ma il motore di tutto è la Divina Volontà. Quindi, dopo che abbiamo preparato l’ostia, dobbiamo far morire la nostra volontà nell’ostia, la dobbiamo cuocere ben bene, per fare che più non rinasca, e dobbiamo far sottentrare in tutto il nostro essere la Divina Volontà, e Questa, che contiene tutta la vita di Gesù, formerà la vera e perfetta consacrazione. Sicché non avrà più vita il pensiero umano, ma il pensiero del Divin Volere, e questa consacrazione creerà la sua sapienza nella nostra mente; non più vita l’umano, la debolezza, l’incostanza, perché la Divina Volontà formerà la consacrazione della Vita divina, della fortezza, della fermezza e di tutto ciò che Gesù è.

Quindi, ogni qual volta faremo scorrere la nostra volontà in quella di Gesù, i nostri desideri e tutto ciò che siamo e che potremo fare, Gesù rinnoverà la consacrazione e come in ostia vivente, non morta, quali sono le ostie senza di Lui, Egli continuerà la sua vita in noi. Ma non è tutto: nelle ostie consacrate, nelle pissidi, nei tabernacoli, tutto è morto, muto, non c’è un palpito, uno slancio d’amore che possa rispondere a tanto amore. Se non fosse che Gesù aspetta i cuori per darsi a loro, sarebbe infelice; resterebbe defraudato nel suo amore e sarebbe senza scopo la sua Vita Sacramentale; e se ciò Gesù lo tollera nei tabernacoli, non lo tollererebbe nelle ostie viventi. Quindi, alla vita è necessaria la nutrizione: Gesù vuole essere nutrito e vuole essere nutrito del suo stesso cibo, cioè, l’anima farà sua la Divina Volontà, il suo amore, le sue preghiere, le riparazioni, i sacrifici, e li darà a Gesù come cose sue e Gesù si nutrirà. L’anima si unirà con Lui, tenderà le sue orecchie per sentire ciò che sta facendo, per farlo insieme con Lui; man mano che replicherà i Suoi stessi atti, Gli darà il suo cibo e Gesù ne sarà felice, e solo in queste ostie viventi troverà il compenso della solitudine, del digiuno e di ciò che soffre nei tabernacoli.

don Marco
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