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XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Il retrogusto amaro di certe vite

06/09/2019
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

Una vera folla segue Gesù, e a differenza dei tanti demagoghi di ogni tempo, pronti a promettere anche la luna pur di trovare facili consensi, egli non nasconde le difficoltà che comporta l’essere suoi amici. Si volta e dice: “Chi vuol essere mio discepolo, deve amarmi più di quanto ami il padre, la madre, la moglie, i figli e persino se stesso; chi vuol essere mio discepolo, porti la sua croce dietro di me” (Lc 14,25-33). Parole drastiche, si direbbe fatte apposta per scoraggiare quanti gli andavano appresso. Chi pensasse che vivere da cristiani sia una passeggiata tra prati in fiore, è avvertito: in realtà significa non pensare soltanto ai propri vantaggi, ma mettere sempre Lui al primo posto, costi quel che costi.

Del resto, essere cristiani è una scelta, non un obbligo, e come tutte le scelte va compiuta dopo averci ragionato. Lo stesso Gesù invita a farlo; alle parole riportate aggiunge: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolarne la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?”. Così, sottintende, chi vuole dirsi cristiano deve essere consapevole di che cosa comporta, deve valutare come si configurerebbe la sua vita, presente e futura, con o senza di lui.

Senza di lui, tutto appare più facile e comodo: vivo come mi pare, spremendo da ogni giornata tutto il succo di vantaggi e piaceri che ne posso trarre, avvalendomi di quanto dispongo e servendomi degli altri per realizzare i miei intendimenti; se poi gli altri ne patiscono, che importa a me?

La realtà però è diversa: la mia presunta libertà mi lascia spesso insoddisfatto; le cose non vanno sempre come vorrei, e quand’anche riescono mi lasciano quel retrogusto amaro che si chiama rimorso. Con lui, invece, devo rinunciare a tante cose, devo farmi carico di chi mi sta intorno per dargli attenzione e aiuto; ma alla sera non fatico a prender sonno, perché non ho nulla di cui vergognarmi, so di avere speso la mia giornata al meglio delle mie possibilità, so che sto dando alla mia vita un senso e uno scopo, di cui un giorno raccoglierò pienamente i frutti. Non è preferibile?

L’8 maggio 1932 Gesù dice a Luisa quanto sia grave il fare la propria volontà; sarebbe male minore se la creatura impedisse il corso al Sole, al Cielo, al vento, all’aria, all’acqua, eppure impedendo questo corso, succederebbe un tale disordine e terrore che l’uomo non potrebbe più vivere. Eppure questo gran male sarebbe nulla in confronto al male grave di fare la propria volontà, perché con questo impedisce il corso non alle cose create, ma al suo stesso Creatore. Adamo col sottrarsi alla Divina Volontà, ha fermato il corso dei doni che Essa avrebbe dovuto dare alla sua amata creatura, se avesse potuto, avrebbe costretto Dio all’immobilità. Dio, col creare la creatura, voleva stare in corrispondenza continua con essa, voleva darle ora un dono ed ora un altro, voleva farle tante belle sorprese, mai interrotte. Ora, come fa la sua volontà, così tacitamente dice al suo Creatore: “Ritirati, non ho dove mettere i tuoi doni, se Tu mi parli non ti capisco, le tue sorprese non sono per me, io basto a me stesso”. E con ragione dice ciò, perché senza la Divina Volontà, che è la sua vita primaria, ha perduto la vita e la capacità dove mettere i doni di Dio, di comprendere il suo linguaggio celeste e si rende estranea alle sue più belle sorprese. La creatura, col non fare la Divina Volontà, perde la Vita divina, l’atto più bello, più interessante, più necessario della sua creazione e del come è stato creato da Dio. Ecco perciò come l’uomo si sottrasse al “Fiat divino”, si è messo in disordine in modo che ad ogni passo vacillava, perché ha respinto l’atto vitale della sua vita e si è distaccato dall’atto stabile e permanente che doveva vivere con lui come una sola vita, qual è la Divina Volontà.

Così Dio si sente immobilizzato dall’uomo perché Lui vuole dare, ma non può. Vuole dire, ma l’uomo non intende e, come da lontano, fa sentire i suoi dolorosi lamenti dicendo: “Oh! uomo finiscila, richiama in te quella Volontà che respingesti, Essa non bada ai tuoi mali e se la chiami è pronta a prenderne il possesso ed a formare il suo regno in te, di dominio, di pace, di felicità, di gloria, di vittoria per me e per te. Deh! non voler essere più schiavo, né vivere nel labirinto dei tuoi mali e miserie, non ti creai così, ma ti creai re di te stesso, re di tutto. Perciò chiama la mia Volontà come vita e ti farà conoscere la tua nobiltà e l’altezza del tuo posto in cui fosti messo da Dio. Oh! come sarai contento di ciò e contenterai il tuo Creatore!

don Marco
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Ultimi commenti 1 di 1
- 07/09/2019
Chi vuole vivere nella Divina Volontà, deve fermarsi a spigolare, per imparare a riconoscere i canali d'Amore che Dio ha messo in ogni cosa creata. ☀💒❤🎶🐬