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XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Non un annunciatore ma l'annunciato

13/09/2018
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

È facile dire (o illudersi) di avere la fede: se essa non si traduce in opere, in atti di concreta carità, non è vera fede. Lo scrive l’apostolo Giacomo nella sua lettera (2,14-18) dalla quale è tratta la seconda lettura di oggi, mentre il vangelo (Mc 8,27-36) riprende un tema già presente nel brano di domenica scorsa: Gesù intende tutelare il segreto intorno alla sua vera identità.


Egli è in cammino, e intanto prepara gli apostoli ai non facili futuri eventi relativi alla sua persona. In proposito, esordisce con una domanda: “Chi sono io, secondo la gente?”. Dalle risposte apprendiamo che egli era visto come uno dei profeti redivivo: Giovanni Battista, da poco fatto decapitare da Erode, o il popolarissimo Elia, per gli ebrei l’emblema stesso dei profeti antichi, o qualcun altro dei grandi uomini mandati da Dio al suo popolo. “E secondo voi, chi sono io?” incalza Gesù, al quale risponde di slancio l’impulsivo Pietro: “Tu sei il Cristo”. Gesù non lo smentisce, perché, chissà quanto consapevolmente, Pietro ha centrato la verità; ma raccomanda di non dirlo a nessuno.
Perché non dirlo, se era la verità? Perché il termine poteva dare adito a fraintendimenti, mentre egli voleva preparare il popolo a comprenderlo nel suo senso autentico. Quello che sarebbe diventato nei secoli l’altro nome di Gesù, suo esclusivo e inscindibile dal primo - lo chiamiamo infatti, e solo lui, Gesù Cristo - è la traduzione greca del termine Messia, con cui gli ebrei designavano il misterioso personaggio annunciato dai profeti come il futuro liberatore del suo popolo. Le vicende storiche del popolo d’Israele, da secoli dominato da altri (Assiri, Babilonesi, Siriani, Egiziani, Romani), avevano portato a interpretare le profezie come relative a un Messia liberatore politico, in grado di restaurare l’indipendenza dell’antico regno di Davide e Salomone. Non era facile per Gesù far comprendere che l’autentico messaggio dei profeti intendeva una liberazione d’altro genere, più profondo e tutto spirituale; per questo non voleva, rivelandosi di colpo come il Cristo, il Messia atteso, suscitare false speranze e così vanificare la sua opera. Di qui la raccomandazione del silenzio.


Per gli apostoli, tuttavia, era venuta l’ora di avviarli a capire, spiegando di non essere un nuovo profeta del Messia venturo, ma proprio il Messia: non un annunciatore ma l’annunciato, e però venuto a fare tutt’altro che una rivoluzione politica. Ecco perché “cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo” (è l'espressione con cui Gesù designava se stesso) “doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Altro che liberare Israele dalla dominazione straniera: i suoi avversari erano piuttosto i capi del suo stesso popolo, i quali avrebbero cercato addirittura di eliminarlo. Un discorso inaccettabile, per chi aveva del Messia l’idea che si è detto. Ecco allora un nuovo intervento dell’impulsivo Pietro, il quale “lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo”. Pietro non riflette, non cerca di capire e semmai cooperare con il Maestro, ma dà per buona l’opinione corrente e vuole impedire quanto può contrastarla: se egli è il Messia, non deve dire quelle cose!


La reazione di Gesù è severissima (“Va’ dietro a me, Satana”) ma con una motivazione illuminante per tutti e sempre: “Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Pensare secondo Dio: per un uomo, per un cristiano, questa dovrebbe essere la maggiore aspirazione; consapevole delle grandi potenzialità ma anche dei limiti della propria intelligenza, l’uomo dovrebbe impegnarla non a cercare caparbiamente di realizzare le proprie vedute, ma a capire e attuare la volontà di Chi non sbaglia, e vuole soltanto il nostro vero, autentico bene.

 

Il 19 novembre 1921, Luisa riporta un bell’insegnamento di Gesù riguardo alla conoscenza della Verità. Pensando alla domanda di Gesù agli apostoli sulla sua identità, dobbiamo chiederci cosa è necessario per conoscere la Verità. Gesù in questo brano spiega a Luisa che per conoscere le verità, è necessario che ci sia la volontà, il desiderio di conoscerle. Supponiamo una stanza in cui stanno chiuse le imposte; per quanto sole ci sia fuori, la stanza resta sempre al buio. Ora, aprire le imposte significa volere la luce. Ma ciò non basta, se non si approfitta della luce per riordinare la stanza, spolverarla, mettersi al lavoro, quasi per non ammazzare la luce che viene data e rendersi ingrati. Così non basta avere volontà di conoscere le verità, se l’uomo alla luce della verità che lo illumina non cerca di spolverarsi delle sue debolezze e di riordinarsi secondo la luce della verità che conosce, e insieme con la luce della verità mettersi al lavoro, facendone sostanza propria, in modo da [far] trasparire dalla sua bocca, dalle sue mani, dal suo portamento la luce della verità che ha assorbito. Allora sarebbe come se ammazzasse la verità e, col non metterla in pratica, sarebbe come stare in pieno disordine innanzi alla luce. Povera stanza, piena di luce ma tutta scompigliata, sottosopra e in pieno disordine, e una persona dentro che non si cura di riordinarla, quale pietà non farebbe? Tale è chi conosce le verità e non le mette in pratica.

In tutte le verità come primo elemento entra la semplicità. Se le verità non fossero semplici, non sarebbero luce e non potrebbero penetrare nelle menti umane per illuminarle, e dove non c’è luce non si possono discernere gli oggetti. La semplicità non solo è luce, ma è come l’aria che si respira, che mentre non si vede dà la respirazione a tutto, e se non fosse per l’aria, la terra e tutti resterebbero senza moto; sicché, se le virtù, le verità, non portano l’impronta della semplicità, saranno senza luce e senza aria.

don Marco
Commenti
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Ultimi commenti 1 di 1
- 14/09/2018
Thank you very much, don Marco, for your teachings each week - it is so good to have a man teach the Divine Will with Holy Scripture and The Book of Heaven. Are you a Priest? Pax et Bonum,