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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Il cammello non passa per la cruna di un ago

11/10/2018
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”: è una delle frasi più note del vangelo, pronunciata da Gesù a commento di un vivace episodio (Mc 10,17-30), riassumibile in poche battute.

“Che cosa devo fare per avere la vita eterna?” gli chiede un tale; “Osserva i comandamenti” gli risponde Gesù; “Li ho osservati sin da giovane” riprende l’anonimo. E allora, cogliendo in lui una particolare sensibilità religiosa e l’evidente desiderio di migliorarsi, “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: ‘Una cosa sola ti manca: vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi’”. La proposta, certo drastica e inattesa, non incontra il favore di colui che pure l’ha sollecitata: “Egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni”. Cade qui il commento di Gesù, espresso con la similitudine del cammello.


L’episodio, con le conferme e le esplicitazioni riscontrabili in altre pagine della Scrittura, consente di trarne l’insegnamento di Gesù circa le ricchezze terrene. Di per sé, quando sono acquisite onestamente, senza frode o sfruttamento degli altri, non c’è nulla di male a possederne; se si osservano i comandamenti, si può ugualmente conseguire la vita eterna. Tuttavia occorre essere consapevoli che i beni materiali costituiscono un pericolo sul piano spirituale: il ricco può facilmente diventare orgoglioso, sprezzante o insensibile nei confronti degli altri; facilmente orienta lì tutti i suoi pensieri e le sue prospettive; insomma è portato a confidare in se stesso, dimenticando che la nostra vita non dipende dal conto in banca ma sta nelle mani di Dio. Per questo Gesù ne raccomanda il distacco, che può essere affettivo o effettivo.


Il distacco effettivo (“vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”) è quello praticato da chi in proposito riceve dall’alto una speciale e specifica vocazione: monaci frati e suore emettono il voto di povertà, con cui rinunciano a ogni proprietà personale per avere, già da questo mondo, una ricchezza più grande, il loro Signore. Così, nella mente come nel cuore, sono liberi di dedicarsi, interamente e gioiosamente, a Lui e al prossimo. Quando il ricco se ne va triste, a Pietro che gli ricorda come lui e gli altri apostoli abbiano lasciato tutto per seguirlo, Gesù risponde: “In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva, già ora, in questo tempo, cento volte tanto, e la vita eterna nel tempo che verrà”. Cento volte tanto: in libertà e gioia interiore.


Una tale scelta, ovviamente, non può essere di tutti: chi ha famiglia “deve” possedere, per provvedervi; qualcuno “deve” possedere terreni, case, fabbriche eccetera, da cui la comunità degli uomini trae quanto occorre alla vita. Ma anche chi possiede beni materiali, per evitare i pericoli di cui sopra, è esortato a distaccarsene: se non giuridicamente, almeno col cuore. Il distacco affettivo comporta il retto uso delle ricchezze: chi ne è dotato non deve ostentarle, con uno stile di vita offensivo verso chi ne è meno dotato o addirittura non sa come arrivare a fine mese; deve invece gestirle preoccupandosi del bene comune, elargendo a chi non ha, creando occasioni di lavoro, promuovendo la giustizia, concorrendo, nei mille modi possibili, a elevare la società.


Chi dispone di ricchezze deve considerarsene non il dispotico padrone, che può usarle a capriccio; comunque le abbia ottenute, con o senza fatica personale, il Padrone resta sempre un Altro, che ha fissato le regole per il loro uso. Delle ricchezze, chi le possiede deve considerarsi soltanto l’amministratore, che le gestisce per il bene comune, non dimenticando che del loro uso un giorno sarà chiamato a rendere conto.

 

Il 5 marzo 1903 Luisa descrive una visione, dove c’è Gesù che porta un fascio di croci e di spine in braccio, tutto stanco ed affannato.  E Luisa, vedendolo in quello stato si chiede perché di quell’affanno di Gesù. E Lui risponde che quelle croci sono le croci del disinganno che tiene sempre pronte per disingannare le creature.

Mentre diceva ciò, si sono trovati in mezzo alle genti e Gesù, appena vedeva uno che si attaccava alle creature, prendeva da quel fascio la croce della persecuzione e gliela dava, e quello, vedendosi perseguitato, mal veduto, restava disingannato e comprendeva che cosa sono le creature e che solo Dio merita di essere amato. Se qualcun altro si attaccava alle ricchezze, prendeva da quel fascio la croce della povertà e gliela dava, e quello, vedendo sfumate le ricchezze, immiserito, comprendeva che tutto è fumo quaggiù e che vere ricchezze sono le eterne, e quindi a tutto ciò che è eterno attaccava il suo cuore. Se un altro si legava alla propria stima, al sapere, il benedetto Gesù prendeva la croce delle calunnie e delle confusioni e gliela dava, e quello, confuso, calunniato, si toglieva come una maschera e comprendeva il suo nulla, il suo essere, e tutto il suo interno ordinava in ordine solo a Dio e non più a se stesso. E così poi di tutte le altre croci.

E Gesù spiega a Luisa il motivo per cui tiene quelle croci in braccio. È l’amore verso le creature lo costringe a tenerlo, stando in continua attenzione per loro; essendo la croce il primo disinganno e la prima che giudica l’operato delle creature, in modo che se la creatura si arrende, la croce le farà scansare il giudizio di Dio, tenendolo soddisfatto quando uno in vita si sottopone al giudizio della croce; se poi non si arrende, si troverà nell’ambiente del secondo disinganno della morte e sarà giudicato con più stretto rigore da Dio, molto più per avere scampato dal giudizio della croce, che è tutto giudizio d’amore.

E Luisa comprendeva pure che è vero che Gesù ama la croce, ma molte volte l’uomo stesso incita, stuzzica Gesù a dargli la croce, perché se fosse ordinato in ordine a Dio, a se stesso e alle creature, non vedendo in lui nessun disordine, il Signore se ne asterrebbe e darebbe pace

don Marco
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