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“Donna, ecco tuo figlio!”: la sequela di Maria come un “eccomi” vivente

“Le pene volontarie hanno una potenza tale presso la Divinità, da avere la forza, di squarciare il seno del Celeste Padre, e far straripare i mari di Grazia”

14/05/2019
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Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé (Gv 19,25-27).

Una grande folla si accalca ai piedi del Golgota, poco fuori le mura di Gerusalemme. I soldati romani a stento riescono a contenerla, a tenere a distanza i tanti che si son raccolti per assistere alla crocifissione del Nazareno, per godersi lo spettacolo dell’esecuzione di questo profeta scomodo, della sua uccisione sull’ignobile patibolo della croce in compagnia di due malfattori.

Il centurione che comanda il drappello dei soldati ha avuto pietà del dolore straziante di Maria e le ha consentito di avvicinarsi, di restare accanto a suo figlio agonizzante.

La Vergine, sorretta dalle donne che l’accompagnano, si avvicina alla croce e, in un gesto supremo di amore, ne abbraccia il nudo legno grondante del sangue di suo figlio. Rimane così, fissa, muta, pietrificata da una sofferenza indicibile ma al contempo adorante il mistero della Redenzione che si sta consumando. Sta lì in piedi con una dignità e una compostezza assoluta, ma è donna, è madre, è creatura anche lei e in quel frangente così duro e misterioso ha bisogno della presenza e del sostegno delle donne che le sono accanto, che possano condividere quel dolore terribile, cercando di renderlo se possibile meno straziante.

I suoi occhi non riescono a staccarsi un istante dal corpo martoriato di Gesù, immobilizzato sul patibolo. A stento riconosce in quelle sembianze sfigurate il frutto bellissimo del suo grembo, il suo figlio, il Figlio di Dio, il dono dell’amore del Padre, la ragione e il significato ultimo del suo essere madre, discepola e credente, della sua stessa esistenza. Non riesce a comprendere il senso di tanta malvagità, il perché di una così grande violenza, di quella volontà di annientamento, caparbiamente perseguita dagli scribi, dai farisei e dai sacerdoti del Tempio contro suo figlio.

La folla che appena qualche giorno prima lo aveva osannato, acclamandolo come il Messia, ora lo insulta e lo deride, dopo averne invocato la morte di fronte a Pilato. Ciò nondimeno più sconcertante per Maria è la solitudine di Gesù, l’abbandono da parte dei suoi amici e quello più doloroso dei suoi discepoli.

Gli apostoli sono fuggiti tutti, non hanno retto il colpo della paura di poter essere uccisi. Lo stesso Pietro, per timore o più probabilmente per la vergogna del suo tradimento, non è accanto a Gesù.

A disonore degli uomini, il piccolo gruppo che è con lei sotto la croce è formato esclusivamente da donne, eccezion fatta per il più giovane dei discepoli, Giovanni, il quale si è rivelato il più forte, il più coraggioso, il più disponibile a correre i rischi nel quale l’amore ha avuto la meglio sulle paure e sui dubbi. A lui spetterà il compito di raccogliere le ultime volontà di suo figlio morente.

La piccola donna di Nazareth è consapevole che il regno di Dio nel suo manifestarsi è sempre sconvolgente poiché ribalta valori e convinzioni radicate, segue logiche umanamente imperscrutabili, implica la necessità di una continua conversione, richiede un’adesione fondata su una fiducia incondizionata anche di fronte all’incomprensibile. Maria ha collocato in modo definitivo e progressivo se stessa sotto la signoria dell’Onnipotente, lasciandosi amare dall’amore inesauribile e indicibile dell’Eterno che non ha confini e limiti nel suo comunicarsi e offrirsi. La sua appartenenza al Signore si esplicita in una sequela che è un “eccomi” vivente. La Vergine Madre ci insegna che essere discepoli è contemplazione di Dio in noi ed è un itinerario che esige la spoliazione completa, il lasciare tutto per andare poveri e nudi dietro Cristo Gesù, percorrendo la strada della donazione fino in fondo, fino ad inerpicarci lungo i ripidi tornanti del Golgota e spingerci ai piedi della croce. Il sentiero è faticoso, pieno di ostacoli e i nostri passi si muovono incerti e difficili. La nostra naturale fragilità e l’esperienza immancabile del dolore ci rendono insicuri, smarriti. Tuttavia dobbiamo rifuggire le illusorie scorciatoie, diffidare fortemente delle risposte facili alle domande difficili della vita, delle formule rassicuranti di chi ci fa presagire che tutto è chiaro, di un’idea di Dio e della fede che pretende di spazzare via dubbi, timori e angosce. Non dobbiamo dare ascolto a quanti pretendono di dirci, senza incertezze o esitazione, quello che Dio desidera o realizzerà per noi, o a quanti ci presentano il Signore come colui che risolve i nostri problemi, sfoderando l’armamentario delle sue soluzioni e consolazioni, una sorta di farmacista in grado di tirare fuori ad ogni occorrenza la medicina adatta. È indispensabile invece metterci dietro il Maestro, caricandoci sulle spalle la croce che è fare ogni giorno la sua volontà, senza aver paura di lasciare perché soltanto abbandonando ogni cosa per lui giungeremo a possedere la verità e la libertà, la gioia e la pienezza del vivere. Sul Calvario arriveremo barcollando, ma quello è il nostro posto, il luogo dove fermarci, dove cercare e trovare il senso del nostro essere e del nostro andare.

È quello che Maria ha fatto unendo tutto a Gesù anche e soprattutto nella sua Passione. In un brano del 30 gennaio 1927 Gesù spiega a Luisa come le pene sofferte da Maria SS. E quelle di suo Figlio erano pene d’ufficio.

C’è una grande differenza tra chi deve formare un bene, un regno, e chi deve riceverlo per goderlo. Gesù è venuto sulla terra per espiare, per redimere, per salvare l’uomo. Per fare ciò, ha dovuto prendere le pene delle creature su di sé, come se fossero sue. La Vergine Madre, che doveva essere Corredentrice, non doveva essere dissimile da Lui; anzi, le cinque gocce di sangue che gli ha dato dal suo Cuore purissimo per formare la sua piccola Umanità, sono uscite dal suo Cuore crocifisso. Per Dio le pene erano uffici che è venuto a compiere: perciò tutte erano pene volontarie, non imposizioni della fragile natura.

Di fronte a tante pene che vissute per svolgere questo ufficio, da Gesù e dalla Madre Regina erano inseparabili grande felicità, gioie che mai finivano e sempre nuove, Paradiso continuato.

Come la natura del Sole è quella di dare luce, quella dell’acqua di dissetare o quella del fuoco di riscaldare e convertire tutto in fuoco, -e se ciò non facessero perderebbero la loro natura-, così è la natura della Divina Volontà che dove Essa regna fa sorgere la felicità, la gioia, il Paradiso. Volontà di Dio ed infelicità non esiste né può esistere, oppure non esiste tutta la sua pienezza e perciò i rivoli della volontà umana formano le amarezze alle povere creature.

Fin sulla croce e stando la Vergine Maria crocifissa ai piedi si Gesù, la perfetta felicità mai si separò da Lui; e se ciò fosse successo, avrebbe dovuto uscire dalla Volontà Divina e separarsi dalla Natura Divina e agire solo con la volontà e natura umana. Perciò le sue pene sono state tutte volontarie, scelte da Lui stesso per l’ufficio che è venuto a compiere, non frutto di natura umana, di fragilità o d’imposizione di natura degradata.

Questo è stato anche l’ufficio di vittima svolto da Luisa. Gesù ha chiesto se lo accettava volontariamente, e Luisa con tutta la sua volontà ha accettato e pronunziato il “Fiat”.

Le pene volontarie hanno tale potenza presso la Divinità, che hanno la forza, il dominio, di squarciare il seno del Celeste Padre, ed in questo squarcio che formano in Dio fanno straripare i mari di Grazia, che formano il trionfo della Maestà Suprema e il trionfo della creatura che possiede questo impero delle sue pene volontarie. Perciò, tanto per il gran portento della Redenzione, quanto per il gran prodigio del regno del “Fiat”, ci volevano pene volontarie, pene d’ufficio, che dovevano essere animate da una Volontà Divina e che, operando su Dio e sulle creature, dovevano dare il gran bene che il loro ufficio racchiudeva.

Don Marco
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