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«La Divina Volontà è il nascondiglio dell’amore e tutto ciò che la creatura fa in Essa forma il più bell’ornamento alle opere divine»

Inno Cristologico della Lettera agli Efesini (quattordicesima parte)

20/11/2017
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«In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1,11-14).

 

L’ultima espressione del nostro Inno Cristologico della lettera agli Efesini è: «a lode della sua gloria». L’abbiamo incontrato in precedenza (sembra una specie di ritornello), è una dossologia che si trova: nel v. 6: «E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto»; nel v. 12: «perché noi fossimo a lode della sua gloria»; e in questo v. 14: «a lode della sua gloria».

Non è un’espressione semplicemente di abbellimento retorico, ma con il suo valore e il suo significato. Perché quello che vuole esprimere è che la decisione di Dio – tutte le opere di elezione, di salvezza, ecc. – ha la sua origine in Dio: tutte le espressioni con il “pre” (predestinati, ecc.) dicono che la radice è in Dio.

 

In Dio c’è lo scopo, il fine di tutto l’impegno delle sue opere di salvezza. Nella prima Lettera ai Corinzi San Paolo in 8,6, dice: «per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui»; quindi “da lui”, ma anche “per lui”. Tutto viene da Dio, è la sua grazia che opera nella nostra vita, ma tutta questa esperienza di grazia deve ritornare a Dio: «a lode della sua grazia». Non significa che Dio vuole lodare se stesso, ma che Dio vuole essere lodato dai suoi figli, perché nella lode di Dio ci sta la felicità e la beatitudine dei figli. Per questo Dio versa sopra i suoi figli la sua grazia con abbondanza (cfr. Rm 5,15). Dio non desidera altro, se non vedere i suoi figli nella pienezza della gioia. I figli possono essere nella pienezza della gioia, quando tutta la loro vita diventa un ringraziamento, uno stupore ammirato dell’amore di Dio e della ricchezza che questo amore ha riversato sopra di loro.

 

La liturgia e la preghiera non sono un elemento estraneo o aggiuntivo all’esperienza dell’uomo, ma ne sono il culmine, perché quando l’esperienza dell’uomo diventa pienezza di gioia, deve diventare ringraziamento e lode. Ma vale anche quando l’esistenza dell’uomo impara a lodare e pian piano anche a gioire. Tra la preghiera e la gioia c’è una causalità reciproca: la gioia suscita la preghiera e la preghiera produce la gioia.

San Paolo afferma che non solo la preghiera o il culto deve diventare lode e ringraziamento («lode della gloria di Dio»); ma tutta la vita del cristiano, anche il mangiare, il bere e il fare qualsiasi altra cosa. Non si tratta solo del benedire la mensa, ma si tratta di riconoscere che la vita stessa del credente diventi lode di Dio. Ribadisce Paolo: «perché noi fossimo – esistessimo – a lode della sua gloria».

 

Il profeta Geremia ricorda l’azione simbolica della cintura: «Parola del Signore: io volli che aderisse a me tutta la casa di Israele e tutta la casa di Giuda (così come la cintura aderisce alla persona che la porta) perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode e mia gloria» (Ger 13,11). La gloria di Dio è nell’esistenza stessa d’Israele, di un popolo fatto così. Quindi non solo un popolo che deve dare gloria a Dio, ma che deve essere lode di Dio; è l’onore di Dio. Quindi non si tratta solo di un momento di entusiasmo occasionale, ma è tutta l’esistenza che deve diventare lode di Dio, non solo in alcune ore particolari ma in tutte le esperienze della storia e della vita, compresi i momenti di forza e di debolezza.

 

È ciò che Dio si aspetta dalla creatura come ricambio dei doni ricevuti e il vivere nel “Fiat Divino” dà l’occasione a Dio stesso di ripetere le sue opere in atto. Il 12 novembre 1937 Gesù spiega a Luisa che appena la creatura ritorna nelle opere di Dio per desiderale, amarle e farle sue, così il Suo amore corre per andarle incontro, per ammetterla insieme con Lui e rinnovare per essa sola, come se ripetesse le sue opere solo per lei. Quindi, Dio accentra tutto il suo amore in essa, la sua potenza, le sue gioie, gli stratagemmi, le follie d’amore che aveva nel creare e mette fuori tutta la Creazione.

Nella Sua enfasi d’amore guarda la creatura e la trova piena di Cielo con quell’amore che Dio aveva nel distendere la sua volta azzurra; ritorna a guardarla e trova la molteplicità delle stelle, che a ciascuna dà la sua voce per poter dire: “Ti amo, ti amo, ti amo”. Queste voci di “ti amo” formano la più bella delle melodie celesti ed è tanta la loro armonia, il dolce suono che formano, da far sentire Dio inebriato e nella sua ebbrezza dice: «Figlia, quanto sei bella, ci sei portatrice di gioie infinite, neppure quando il tutto fu creato ricevemmo queste musiche e gioie, perché mancava una creatura unita alla nostra Volontà che ci facesse dire dalle opere nostre: “Ti amo, ti amo, ti amo.” A tale spettacolo d’amore rinnoviamo la creazione del Sole, del vento, del mare, dell’aria e accentriamo in essa tutto l’amore, la nostra armonia divina che avemmo nel creare tutti questi elementi ed oh! la nostra gioia, il ricambio d’amore che ci dà nel guardarla e trovarla Sole che brucia per Noi d’amore, vento che ci soffia e geme d’amore e che formando arcane voci d’amore ci vorrebbe accerchiare col suo amore per dirci: “Mi hai amato e ti amo, amore mi hai dato, amore ti do”. E col suo mare ci forma le onde impetuose, fino a giungere a darci aria d’amore per ogni respiro di creatura, ci sentiamo ferire continuamente e venir meno dal suo amore. Un’anima che vive nella nostra Volontà e tutta per Noi, ci tiene sempre occupati, ci ama sempre, ma col nostro amore e ogniqualvolta fa i suoi atti nel nostro ‘Fiat’, Noi rinnoviamo le opere della Creazione e per divertirci, amarla e farci amare, di ogni atto che fa, ci serviamo come materia per rinnovare le nostre diverse opere create, anzi il nostro amore non si contenta, vuole aggiungere di più e crea nuovi prodigi di Grazia, fino a creare la nostra stessa vita nell’amata creatura. A Noi piace molto l’operare a tu per tu, come se per lei sola facessimo tutto, questo fa sorgere più amore verso di Noi, più stima, più apprezzamento verso di Noi che tanto l’amiamo».

Così, se l’anima si unisce nelle opere della Creazione, Dio le rinnova; se si unisce alle opere della Redenzione, rinnova e ripete la nascita in atto e, guardandola, trova in essa la Sua nascita, e lo ama con quello stesso amore con cui Gesù è nato sulla terra; perciò il vivere nel Volere Divino è tutto per la creatura ed è tutto per Dio.

Gli atti della Creazione e della Redenzione sono totalmente graditi a Dio, però con questa differenza: nelle opere della Creazione la creatura trova la Maestà di Dio in festa, perché se crea tante opere, lo scopo primario era che tutto dovesse servire alla Volontà Divina regnante in essa e tutte le cose create dovevano servire come deposito del suo ricambio d’amore, d’adorazione, di gloria verso Dio. Tutte le cose create dicono l’amore divino verso la creatura ed essa, per mezzo di esse, avrebbe dovuto amare il suo Creatore.

Tutti i nostri “ti amo” che nascondiamo nel Sole, nel Cielo e nelle altre cose create, sono i gioielli di Dio e Lui li ama, li bacia, li abbraccia e gioisce con essi, si sente glorificato e contraccambiato per tutto ciò che ha fatto. Tutti i “ti amo”, Dio li guarda uno per uno e come suoi gioielli gli danno la gioia che ha avuto nella Creazione; perciò dobbiamo far continuare la festa di Dio. Succede come al Sole, essendo più grande la sua luce e più intenso il suo calore, tutte le preziosità degli effetti che contiene non si vedono, ma è certo che li possiede, tanto è vero, che se la sua luce tocca il fiore, dà il colore e dipinge, come se fosse pittore, la varietà delle bellezze dei colori, da formare il più dolce incanto alle generazioni umane; se tocca piante e frutti, dà la molteplicità delle svariate dolcezze e dei sapori, questo dice che non è solo luce e calore, ma nasconde altri beni nel suo seno di luce.

Tale è la creatura che vive nella Divina Volontà, come ama, adora, così Essa forma la bellezza dell’iride dell’amore di essa nelle sue opere, la varietà delle gioie e le dolcezze dei suoi atti buoni che, gelosa, nasconde nel suo seno. La Divina Volontà è il nascondiglio dell’amore e tutto ciò che la creatura fa in Essa forma il più bell’ornamento alle opere divine ed è tanto il compiacimento da parte di Dio, che li mostra a tutta la Corte Celeste per farli beare insieme con Lui. Quindi è la gloria più grande che la creatura possa dare a Dio, seguendo i Suoi atti della Creazione, perché si unisce al suo stesso scopo, s’intreccia col Suo amore.

Nella Redenzione cambia lo scopo: è l’uomo colpevole che Dio cerca. Nella Creazione tutto era festa, le opere sorridevano di gioia, d’amore, di gloria, invece nella Redenzione ci sono pene, amarezze, lacrime, rimedi, medicine per risanare l’uomo. E la creatura, entrando nel Divin Volere, può investire coi suoi teneri e compassionevoli “ti amo” le sue pene, amarezze e lacrime e nascondere i suoi gioielli del “ti amo” in esse; e Gesù, baciando questi gioielli, non si sentirà solo, ma confortato, sostenuto, accompagnato da chi vive nel Divin Volere, nei gioielli dei suoi “ti amo” troverà chi asciuga le sue lacrime, chi divide con Lui le pene, chi lo difende. Perciò sempre nella Divina Volontà Gesù vuole tutti, così, o in festa o in pena ci terrà sempre con Lui.

don Marco
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