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Secondo eccesso d’amore: amore umile

“Qui non si tratta di formare una vita, ma di rinchiudere la vita che dà vita a tutti; di restringermi per potermi far concepire, non per ricevere, ma per dare”

22/01/2019
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Nella seconda ora di meditazione Luisa si portava nel seno materno di Maria e rimaneva stupita nel considerare quel Dio così grande nel Cielo, ora così annichilito, impiccolito, ristretto, tanto che non poteva muoversi e quasi neppure respirare. In quel mentre la voce interna di Gesù chiedeva a Luisa di dargli un po’ di largo nel suo cuore, di togliere tutto ciò che non è suo, per dargli così più agio per potersi muovere e respirare.

Successivamente, in diversi momenti Gesù arricchì Luisa di altre conoscenze relative a questo eccesso. In un brano del 25 dicembre 1908, Gesù dice che il miglior modo per farlo nascere nel proprio cuore è vuotarsi di tutto, perché trovando Gesù il vuoto possa mettervi tutti i suoi beni. Solo allora può rinascere per sempre, se c’è luogo per poter trasportare in esso tutto ciò che Gli appartiene. Una persona, infatti, che va ad abitare in casa di un’altra persona si potrebbe dire contenta quando in quella casa trova il vuoto per poter mettere tutte le cose sue, altrimenti si renderebbe infelice.

Luisa contemplava spesso questo secondo eccesso d’amore e si commuoveva nel considerare in che stato doloroso si trovava l’amabile Bambino. La sua piccola Umanità era immobilizzata, stava con i piedi e le mani immobili, senza il più piccolo moto. Non c’era spazio né per poter aprire gli occhi, né per poter liberamente respirare. Era tanta l’immobilità che sembrava morto, mentre era vivo. Gesù di fronte a tali considerazioni (vol XVII, 24 dicembre 1924) confida a Luisa che le pene che soffrì nel seno verginale della Mamma Celeste sono incalcolabili a mente umana. La prima pena che Gesù soffrì nel primo atto del suo Concepimento fu la pena della morte. La Divinità di Gesù scese dal Cielo pienamente felice, intangibile di qualsiasi pena e morte. Quando Gesù vide la sua piccola Umanità, soggetta per amore delle creature, alla morte e alle pene, sentì così al vivo la pena della morte che, per pura pena, sarebbe morto davvero, se la potenza della sua Divinità non lo avesse sorretto con un prodigio, facendogli sentire la pena della morte e nello stesso tempo la continuazione della vita. Che strazio fu per Gesù che conteneva la vita ed era il padrone assoluto della stessa vita, assoggettarsi alla pena della morte! Ecco perché la sua piccola Umanità era immobile e morente nel seno della sua Mamma.

In un altro momento Gesù sottolinea a Luisa il prodigio unico del Concepimento della sua SS. Umanità (vol XVI, 18 luglio 1923). È vero che si dice che il Verbo restò concepito, ma il Celeste Padre e lo Spirito Santo erano inseparabili da Lui, Gesù ebbe la parte agente e loro la ebbero concorrente. Tutte le cose per quanto grandi, sublimi, nobili, prodigiose e persino lo stesso concepimento della Vergine Regina, tutte restano dietro, non c’è cosa che possa paragonarsi al concepimento di Gesù. Qui non si tratta di formare una vita, ma di rinchiudere la vita che dà vita a tutti, non di allargarsi, ma di restringere chi ha creato tutto, per rinchiudersi in una creata e piccolissima Umanità. Queste sono opere soltanto di un Dio e di un Dio che ama, che a qualunque costo vuole col suo amore la creatura per farsi amare. Gesù lascia sbalorditi quando afferma che il suo Amore, la sua Potenza e Sapienza sfolgorarono di più quando, appena la Potenza Divina formò questa piccolissima Umanità, l’immensità della Divina Volontà, racchiudendo tutte le creature passate, presenti e future, concepì in Essa tutte le vite delle creature.

Nell’Incarnazione del Verbo sono state dunque concepite e racchiuse tutte le creature, compresa sua Madre, tutti gli eccessi e i prodigi del suo Amore Divino, tutta l’Eternità è compresa nell’Incarnazione. Tutta la mole dell’universo restò scossa nel vedere rinchiudersi Colui che dà vita a tutto, restringersi, impiccolirsi, rinchiudere tutto, per prendere la vita di tutti e far rinascere tutti.

Gesù sottolinea quanto Gli costò questo eccesso d’amore e aggiunge (vol XXVII, 22 dicembre 1929) che nello scendere dal Cielo in terra il suo Amore lo condusse in una prigione strettissima e oscura, qual fu il seno della sua Mamma, ma (il suo Amore) non fu contento; in questa prigione stessa gli formò un altro carcere, quale fu la sua Umanità che incarcerò la sua Divinità; il primo carcere durò nove mesi, il secondo carcere della sua Umanità durò per ben trentatré anni. Ma il suo Amore non si arrestò, mentre finiva il carcere della sua Umanità, formò il carcere dell’Eucarestia. Perciò Gesù può essere chiamato il Divino Carcerato, il Celeste Prigioniero. Nelle prime due carceri, nell’intensità del suo amore, maturò il Regno della Redenzione, nel terzo carcere dell’Eucarestia sta maturando il Regno del Fiat Divino.

 

Gesù, Amore senza confini,

questo tuo amore inondi e bruci tutto ciò che non è tuo,

induca ad amarti più intensamente,

per spezzare la solitudine della tua lunga prigionia.

Deo gratias!

Tonia Abbattista
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