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IV Domenica di Pasqua

23/04/2021
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

La Liturgia di questa quarta Domenica di Pasqua prosegue nell’intento di aiutarci a riscoprire la nostra identità di discepoli del Signore Risorto. Negli Atti degli Apostoli, Pietro dichiara apertamente che la guarigione dello storpio, operata da lui e di cui parla tutta Gerusalemme, è avvenuta nel nome di Gesù, perché «in nessun altro c’è salvezza» (4,12). In quell’uomo guarito c’è ognuno di noi – quell’uomo è la figura di noi: noi siamo tutti lì –, ci sono le nostre comunità: ciascuno può guarire dalle tante forme di infermità spirituale che ha – ambizione, pigrizia, orgoglio – se accetta di mettere con fiducia la propria esistenza nelle mani del Signore Risorto. «Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno – afferma Pietro – costui vi sta innanzi risanato» (v. 10). Ma chi è il Cristo che risana? In che cosa consiste l’essere risanati da Lui? Da che cosa ci guarisce? E attraverso quali atteggiamenti?

La risposta a tutte queste domande la troviamo nel Vangelo di oggi, dove Gesù dice: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Questa autopresentazione di Gesù non può essere ridotta a una suggestione emotiva, senza alcun effetto concreto! Gesù risana attraverso il suo essere pastore che dà la vita. Dando la sua vita per noi, Gesù dice a ciascuno: “la tua vita vale così tanto per me, che per salvarla do tutto me stesso”. È proprio questo offrire la sua vita che lo rende Pastore buono per eccellenza, Colui che risana, Colui che permette a noi di vivere una vita bella e feconda.

La seconda parte della stessa pagina evangelica ci dice a quali condizioni Gesù può risanarci e può rendere la nostra vita gioiosa e feconda: «Io sono il buon pastore – dice Gesù – conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre» (vv. 14-15). Gesù non parla di una conoscenza intellettiva, no, ma di una relazione personale, di predilezione, di tenerezza reciproca, riflesso della stessa relazione intima di amore tra Lui e il Padre. È questo l’atteggiamento attraverso il quale si realizza un rapporto vivo con Gesù: lasciarci conoscere da Lui. Non chiudersi in sé stessi, aprirsi al Signore, perché Lui mi conosca. Egli è attento a ciascuno di noi, conosce in profondità il nostro cuore: conosce i nostri pregi e i nostri difetti, i progetti che abbiamo realizzato e le speranze che sono andate deluse. Ma ci accetta così come siamo, anche con i nostri peccati, per guarirci, per perdonarci, ci guida con amore, perché possiamo attraversare sentieri anche impervi senza smarrire la via. Ci accompagna Lui.

A nostra volta, noi siamo chiamati a conoscere Gesù. Ciò implica un incontro con Lui, un incontro che susciti il desiderio di seguirlo abbandonando gli atteggiamenti autoreferenziali per incamminarsi su strade nuove, indicate da Cristo stesso e aperte su vasti orizzonti. Quando nelle nostre comunità si raffredda il desiderio di vivere il rapporto con Gesù, di ascoltare la sua voce e di seguirlo fedelmente, è inevitabile che prevalgano altri modi di pensare e di vivere che non sono coerenti col Vangelo.

Il 9 marzo 1930 Gesù dice a Luisa che, le conoscenze sul Volere Divino sono vie che possono condurre le creature nelle braccia di luce del “Fiat Divino”. Le conoscenze sono germi e ciascun germe fa nascere il principio della vita della Divina Volontà nella creatura. Ciascuna delle conoscenze saranno come tanti sorsi di vita che formeranno nella creatura la maturazione di questa Vita divina. Ogni conoscenza porterà, chi il germe, chi la nascita, chi il cibo, chi il respiro, chi l'aria, chi la luce ed il calore per maturare la vita del Divin Volere nelle anime. Ogni conoscenza contiene un grado di più di maturazione, perciò quanto più cercheranno di conoscere ciò che Gesù ha manifestato sul “Fiat Divino”, più si sentiranno maturati. Le conoscenze sopra di Esso plasmeranno le anime e col loro tocco smorzeranno i mali dell'umano volere. Esse faranno da Madre pietosa che a qualunque costo vuol guarire il suo figlio e vederlo sano e bello. Ecco cosa significa avere una conoscenza sulla Divina Volontà: Esse contengono la scienza di formare la vita di Essa, per formare il popolo del suo regno. Anche nell'ordine naturale succede così, chi vuol farsi maestro è necessario che conosca ciò che riguarda le scienze e se non si vuole applicare a conoscere le scienze, non sarà mai maturo per essere maestro ed a seconda i gradi delle scienze che ha studiato possederà più o meno i gradi d'istruzione: se ha poca scienza, potrà essere maturo per essere maestro elementare e se ha studiato molte scienze, potrà essere maturo per essere professore di scuole superiori. Sicché a seconda che si conosce tanto nelle arti, quanto nelle scienze, tanto più sono maturati in quel bene che conoscono e sono capaci di far maturare negli altri il bene, le scienze, le arti che posseggono. Se ci sono state date tante conoscenze sulla Divina Volontà, non è stato per darci una bella notizia, no, no; è stato per formare la scienza di Essa prima in noi e poi in mezzo alle creature, affinché conosciuta questa scienza divina e tutta di Cielo, possa far maturare la vita del “Fiat Divino” e formare il suo regno.

don Marco
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