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Pasqua di Risurrezione

Quella casa attende anche noi

05/04/2026
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat e Buona Santa Pasqua di Risurrezione!

L'apostolo ed evangelista Giovanni, nel brano di oggi (20,1-9) parla di sé, umilmente in terza persona (si designa come "il discepolo che Gesù amava"), per offrirci la sua testimonianza su quanto ha visto all'alba del terzo giorno dalla sepoltura del Maestro. Avvisati dalla Maddalena che il sepolcro era vuoto, lui e Pietro vi si recano di corsa; egli, più giovane, arriva prima, ma per rispetto verso l'altro aspetta che sia lui a entrare. Questi nota i teli in cui il corpo del Maestro era stato avvolto, e solo allora "entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti". Vide e credette che, come era stato preannunciato, Gesù era risorto: e ben presto lui e gli altri apostoli lo avrebbero accertato concretamente, nelle sue diverse manifestazioni che consentirono loro di vederlo, toccarlo, ascoltare le sue ultime parole, con l'invito ad andare ad annunciarlo a tutti.

Sulla loro testimonianza, pur senza vedere anche noi crediamo, e oggi lo celebriamo. È Pasqua! Il lungo cammino della quaresima, conclusa dai riti particolari della Settimana Santa, sfocia oggi nella celebrazione di Gesù, risorto dai morti. Quanti pensieri affollano la mente, quante cose si potrebbero dire in proposito: e non stupisce, se si pensa che questo è l'evento fondante della fede cristiana. È la fede che perdura da duemila anni ed è attualmente la più diffusa, con centinaia di milioni di aderenti sparsi nel mondo intero. È la fede che più di ogni altra forza ha plasmato la nostra civiltà. È la fede da cui sono scaturite innumerevoli e splendide opere d'arte; la fede capace di dare tanta forza da affrontare il martirio. Tutto questo, e tanto altro, ha generato la Pasqua.

Volendo soffermarsi su un aspetto che tocca tutti, si può considerare che la Pasqua fa riflettere sull'eterno e comune dramma vita-morte. Un uomo, in modo esplicito o confusamente istintivo, non può evitare di interrogarsi prima o poi sull'enigma costituito da lui stesso. Ce lo chiediamo tutti: chi siamo? Da dove veniamo, a che scopo viviamo, perché moriamo? E con la morte tutto finisce, o c'è qualcosa, dopo? Non sono domande retoriche o astratte speculazioni filosofiche, perché ad esse si lega il nostro vissuto quotidiano, le nostre scelte, la speranza e l'angoscia, le ragioni profonde del gioire così come le inquietudini e le segrete paure che travagliano da sempre l’uomo e molto di più in questo periodo di grande prova per l’umanità.

Ebbene, la festa di oggi dà una risposta chiara: la si trova riflessa come in uno specchio nella persona e nella vita di Gesù morto e risorto; egli è, per così dire, il prototipo esemplare dell'uomo come il suo Creatore l'ha pensato. Egli è il Figlio di Dio, ma è anche uomo, e come tale ha sperimentato al pari di tutti la gioia e il dolore, ma sempre nella consapevolezza di essere amato da Colui che gli preparava un futuro di gloria, di piena e definitiva vittoria sulla più angosciante delle prospettive, la morte. L'uomo Gesù è vissuto facendo propria l'ottica del Padre (il "Padre suo e Padre nostro": così l'ha chiamato), impostando la vita terrena non come un'affannosa ricerca di sé, del proprio benessere, ma come un dono da elargire in fraterna amicizia con tutti, nella prospettiva del ritorno "a casa".

Quella "casa" che ora l'accoglie attende ciascuno di noi, anche noi figli di Dio. L'importante è non chiudersi agli altri, per poi piangere di solitudine; non tenere ostinatamente chiusi gli occhi, per poi lamentarsi del buio.

Il 31 marzo 1929 Gesù dice a Luisa che è stato sufficiente un atto di sottrazione del primo uomo alla Volontà Divina per giungere a cambiare la sorte delle generazioni umane, non solo, ma la stessa sorte della stessa Divina Volontà. Se Adamo non avesse peccato l’Eterno Verbo, sarebbe venuto sulla terra glorioso, trionfante e dominatore, accompagnato visibilmente dal suo esercito angelico che tutti avrebbero visto e, con lo splendore della sua gloria, avrebbe affascinato tutti e attirato tutti a sé con la sua bellezza, coronato da re e con lo scettro del comando, per essere re, a capo dell’umana famiglia in modo da darle il grande onore di poter dire: “abbiamo un re: uomo e Dio”.

Molto più che Gesù non sarebbe sceso dal Cielo per trovare l’uomo malato, perché se non si fosse sottratto alla Volontà Divina, non sarebbero esistite malattie né di anima, né di corpo, perché è stata l’umana volontà che quasi ha affogato con le pene la povera creatura. Il “Fiat Divino” era intangibile di ogni pena e tale doveva essere l’uomo. Quindi Gesù sarebbe venuto a trovare l’uomo felice, santo e con la pienezza dei beni con cui l’aveva creato. Invece siccome ha voluto fare la sua volontà, ha cambiato tutto e siccome era decretato che Gesù dovesse scendere sulla terra. Ha cambiato solo modo ed aspetto, ma vi è sceso, sotto spoglie umilissime, povero, senza alcun apparato di gloria, sofferente, piangente e carico di tutte le miserie e pene dell’uomo. La volontà umana lo ha fatto venire e Gesù ha trovato l’uomo infelice, cieco, sordo e muto, pieno di tutte le miserie e Lui, per guarirlo, doveva prenderle sopra di sé dare loro le medicine e i rimedi che ci volevano. L’umano volere ha la potenza di rendere l’uomo felice o infelice, santo o peccatore, sano o malato.

Se l’anima si decide a fare sempre, sempre, la Divina Volontà e a vivere in Essa, cambierà la sua sorte e la Divina Volontà si slancerà sulla creatura, la farà sua preda e dandole il bacio della Creazione, cambierà aspetto e modo e, stringendola al suo seno, le dirà: “mettiamo tutto da parte, per te e per me sono ritornati i primi tempi della Creazione, tutto sarà felicità tra te e me, vivrai in casa nostra, come figlia nostra, nell’abbondanza dei beni del tuo Creatore”.

Se l’uomo non avesse peccato, non si fosse sottratto alla Divina Volontà, Gesù sarebbe venuto sulla terra pieno di Maestà, come quando è risuscitato dalla morte, perché sebbene avesse la sua Umanità simile alla nostra, unita all’Eterno Verbo, con quale diversità la sua Umanità risuscitata era glorificata, vestita di luce, non soggetta né a patire, né a morire. Era il Divin Trionfatore. Invece l’Umanità di Gesù prima di morire era soggetta, sebbene volontariamente, a tutte le pene, anzi è stato l’uomo dei dolori. E siccome l’uomo aveva ancora gli occhi accecati dall’umano volere e quindi era ancora malato, pochi sono stati quelli che lo hanno visto risuscitato, per confermare la sua Risurrezione. Perciò la Resurrezione di Gesù è la conferma del “Fiat Voluntas tua come in Cielo così in terra”. La sua potenza è infinita, il suo amore è insuperabile.

don Marco Cannavò
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