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XII Domenica del Tempo Ordinario

Non abbiate paura!

19/06/2020
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

La liturgia della parola di questa Domenica si apre, mettendoci davanti agli occhi delle situazioni di angoscia e di terrore.

La prima è quella del profeta Geremia. È costretto ad annunciare violenza e oppressione; i suoi nemici lo accusano di spargere “terrore all’intorno”, e minacciano di denunciarlo. Così, il profeta vive una situazione di paura.

La seconda situazione di angoscia è quella che abbiamo ascoltato nel salmo responsoriale: “Per te sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia; sono un estraneo per i miei fratelli … ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta”.

Ecco, davanti a queste situazioni di angoscia che sentiamo così vicine alla nostra esperienza, il Vangelo di oggi ci presenta la parola di Gesù che invece dice: “Non temere”, non abbiate paura! È una specie di ritornello che risuona nelle parole di Gesù. Prima di qualsiasi riflessione, oggi dovremmo far calare dentro di noi, dovremmo farle diventare nostre, queste parole: non abbiate paura. Noi siamo pieni di paura: la paura è la nostra condizione.

Il bambino ha paura del buio, di chi grida; ha paura dei mostri che i grandi agitano nella sua mente per tenerlo buono.

L’adolescente ha paura di sé, della vita, dell’altro sesso: paure inconsce ma tormentose; paure che si chiamano timidezza, complessi di inferiorità, aggressività.

E noi adulti? Siamo forse, almeno noi, senza paure?

Al contrario, noi siamo pieni di paura, dalla forma peggiore della paura: l’angoscia. Noi viviamo tremando: è paura del futuro, della morte, o anche semplicemente del domani.

Nel nostro mondo attuale, sofisticato e complicato, l’uomo sperimenta una forma di angoscia ancora più radicale: quella dell’esistenza stessa. Questo mondo gli appare a volte una realtà ostile e minacciosa, capace di schiacciarlo con i suoi cataclismi, o anche con il suo stesso progresso; a volta si vede il mondo come una macchina troppo potente che sfugge di mano al guidatore e lo travolge. È il riflesso del peccato e della cattiveria umana che copre e gli conferisce un volto ostile.

È il peccato di cui ha parlato san Paolo nella seconda lettura che, a partire dalla trasgressione di Adamo, è andato ingrossandosi come una valanga, determinando la nostra situazione nel mondo. La terra non sorride più, ma risponde con spine e dolore alle risposte dell’uomo.

 

È la situazione della creatura che con il peccato continua a rincorrere la propria volontà e non la volontà di Dio.

In un brano del 28 gennaio 1926 Gesù dice a Luisa, che prima che Adamo si sottraesse alla Volontà di Dio, era suo figlio, aveva per centro della sua vita e di tutti i suoi atti, la Volontà divina, e possedeva una forza, un dominio, un’attrattiva tutta divina. Il suo respiro, il suo palpito, i suoi atti davano di divino, tutto il suo essere emanava un profumo celeste che attirava Dio a sé. La SS. Trinità si sentiva ferita da tutte le parti da questo figlio: se respirava, se parlava, se operava le cose più innocenti, indifferenti e naturali, erano ferite d’amore, e Dio, divertendosi con lui, lo colmava sempre più dei beni divini, perché tutto ciò che faceva usciva da un solo punto, la Volontà di Dio.

Dopo il peccato, Adamo è sceso dallo stato di figlio allo stato di servo, e come ha rotto l’unione con la Volontà Suprema, così è uscita da lui la forza divina, il dominio, l’attrattiva, il profumo celeste. I suoi atti non davano più di divino, il suo essere si è riempito di una sensazione umana, per cui, facendogli perdere l’attrattiva, Dio non si sentiva più colpito dal suo amore, anzi metteva a distanza, lui da Dio e Dio da lui.

Gli atti della creatura senza la pienezza della Volontà divina sono come quei cibi senza condimenti e senza sostanza, che invece di gustare disgustano il palato umano, e ancora di più il palato divino; sono come quei frutti non maturi, che non hanno dolcezza né sapore; sono come quei fiori senza profumo; sono come quei vasi pieni, sì, ma di roba vecchia, fragili e stracciati. Tutto ciò può servire ad una particolare necessità dell’uomo, ma non alla sua felicità, al suo benessere, e alla pienezza della gloria di Dio. Il solo profumo del condimento, invece, stuzzica l’appetito e l’avidità di mangiarlo. Così Adamo, prima di peccare, con la sostanza della Divina Volontà condiva tutti i suoi atti e quindi stuzzicava l’appetito dell’amore di Dio a prendere tutti i suoi atti come il cibo più gradito e come ricambio, Dio gli dava il cibo prelibato della Volontà divina. Ma dopo il peccato, ha perso la via diritta di comunicazione col suo Creatore, non regnava più in lui il puro amore; l’amore è stato diviso dal timore, dalla paura, e non avendo più l’assoluto dominio della Suprema Volontà, i suoi atti di prima non avevano più quel valore, fatti dopo il peccato.

Ma nonostante ciò, la Divina Volontà non ha lasciato del tutto l’uomo, e non potendo essergli più fonte di vita e base che lo sosteneva, perché lui stesso si era sottratto ad Essa, si è offerto come medicina per fare che non perisse del tutto. La Divina Volontà è medicina, è sanità, è conservazione, è cibo, è vita, è pienezza della più alta santità. A seconda che la creatura la voglia Essa si offre. Se la vuole come medicina, Essa si offre per toglierle la febbre delle passioni, le debolezze delle impazienze, le vertigini della superbia, il malessere degli attacchi, e così di tutto il resto dei mali. Se la vuole come sanità, Essa si offre a conservarla sana, per liberarla da qualunque male spirituale. Se la vuole come cibo, Essa si dona come cibo, per farle sviluppare le forze e crescere di più nella santità. Se la vuole come vita e come pienezza di santità, e la Divina Volontà fa festa, perché si vede ritornare l’uomo nel grembo della sua origine, da dove è uscita, e si offre a dargli la somiglianza del suo Creatore, scopo unico della sua creazione. La Divina Volontà non lascia mai l’uomo; se lo lasciasse si risolverebbe nel nulla; e se non si presta a farsi fare santo dalla Divina Volontà, Essa usa i più svariati modi per salvarlo.

 

Davanti a questa esperienza di paura, che ha le sue radici nel peccato, si sparge l’annuncio di Gesù nel Vangelo di questa domenica: “non abbiate paura!”. Tutta la Sacra Scrittura ne è piena.

Ad Abramo Dio dice di non temere, nel momento stesso in cui lo chiama fuori dalla sua terra verso un paese sconosciuto. Ai profeti dice: non temere, io sono con te. A Maria: non temere: hai trovato grazia. Agli Apostoli, mandandoli nel mondo, dice: non temete davanti ai tribunali e alle persecuzioni. A tutti i suoi discepoli: non temete, piccolo gregge.

 

Nel vangelo di oggi Gesù ci offre anche le motivazioni; ci offre, cioè, il vero rimedio alle nostre paure. Non temete – dice – quelli che uccidono il corpo; nulla al mondo può uccidere la vostra anima. Non temete; voi valete ben più che una coppia di passeri; eppure uno di essi non cade all’insaputa del Padre vostro. Il Padre vostro! Come se dicesse: “cosa farà per voi che gli siete figli?”. Ogni paura viene ridimensionata nel momento in cui Gesù ci fa vedere come la vita umana non può essere colpita e distrutta per sempre, perché c’è Dio che la cura e la preserva per l’eternità. Ecco, dunque, il primo grande motivo dell’invito di Gesù a non temere: la nostra vittoria finale che nessuno può toglierci.

 

Ma Gesù nel vangelo ci ha svelato, con una frase, un motivo ancora più forte per vincere le nostre paure: “Non temete, abbiate fiducia, perché io ho vinto il mondo”. Gesù ha già vinto il mondo ed è in questa sua vittoria che si basa la speranza della nostra vittoria finale. La cattiva radice di ogni paura umana ha un nome preciso: la morte, frutto del peccato. Gesù l’ha vinta, togliendo il peccato, tutto il peccato del mondo. Ha vinto la morte sperimentandola su di sé. La morte e la risurrezione di Gesù è caparra della nostra vittoria; è la sorgente della nostra speranza e del nostro coraggio.

 

 

 

 

don Marco
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