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XXII Domenica del Tempo Ordinario

28/08/2026
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Carissimi fratelli e sorelle, Fiat!

L’odierno brano evangelico (Mt 16,21-27) è la prosecuzione di quello di domenica scorsa, nel quale risaltava la professione di fede di Pietro, “roccia” su cui Gesù vuole costruire la sua Chiesa. Oggi, in stridente contrasto, Matteo ci mostra la reazione dello stesso Pietro quando Gesù rivela ai discepoli che a Gerusalemme dovrà patire, essere ucciso, risorgere (v. 21). Pietro prende in disparte il Maestro e lo rimprovera perché questo – gli dice – non può accadere a Lui, al Cristo. Ma Gesù, a sua volta, rimprovera Pietro con parole dure: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (v. 23). Un momento prima, l’apostolo era benedetto dal Padre, perché aveva ricevuto da Lui quella rivelazione, era una «pietra» solida perché Gesù potesse costruirvi sopra la sua comunità; e subito dopo diventa un ostacolo, una pietra ma non per costruire, una pietra d’inciampo sulla strada del Messia. Gesù sa bene che Pietro e gli altri hanno ancora molta strada da fare per diventare suoi apostoli!

A quel punto, il Maestro si rivolge a tutti quelli che lo seguivano, presentando loro con chiarezza la via da percorrere: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (v. 24). Sempre, anche oggi, la tentazione è quella di voler seguire un Cristo senza croce, anzi, di insegnare a Dio la strada giusta; come Pietro: “No, no Signore, questo no, non accadrà mai”. Ma Gesù ci ricorda che la sua via è la via dell’amore, e non c’è vero amore senza il sacrificio di sé. Siamo chiamati a non lasciarci assorbire dalla visione di questo mondo, ma ad essere sempre più consapevoli della necessità e della fatica per noi cristiani di camminare contro-corrente e in salita.

Gesù completa la sua proposta con parole che esprimono una grande sapienza sempre valida, perché sfidano la mentalità e i comportamenti egocentrici. Egli esorta: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (v. 25). In questo paradosso è contenuta la regola d’oro che Dio ha inscritto nella natura umana creata in Cristo: la regola che solo l’amore dà senso e felicità alla vita. Spendere i propri talenti, le proprie energie e il proprio tempo solo per salvare, custodire e realizzare sé stessi, conduce in realtà a perdersi, ossia a un’esistenza triste e sterile. Invece viviamo per il Signore e impostiamo la nostra vita sull’amore, come ha fatto Gesù: potremo assaporare la gioia autentica, e la nostra vita non sarà sterile, sarà feconda.

Il 16 aprile 1933 Gesù spiega a Luisa come nella Redenzione ogni atto compiuto da Lui racchiudeva amore, conquiste e trionfi. È la lunga storia d’amore, una catena interminabile d’amore incessante, mai interrotta, del resto Dio ha creato l’uomo per amarlo, per tenerlo unita a sé e, non amandolo, andrebbe contro la sua stessa Volontà, agirebbe contro la sua stessa natura che è tutt’amore e poi Dio l’ha creata perché sentiva il bisogno d’esternare il suo amore e di farle sentire il dolce sussurro continuo, “ti amo, ti amo, ti amo”. Da quando Gesù è stato concepito ed in tutto il corso della sua vita, in tutti gli atti che faceva, racchiudeva amore, conquista, trionfo, il suo operato era ben diverso da quello delle creature, il fare e non fare, il soffrire e non soffrire, era in suo potere, la sua onniveggenza non gli nascondeva nulla e prima metteva la sua Volontà nei suoi atti, racchiudeva pienezza di santità, pienezza d’amore, pienezza di tutti i beni e poi con tutta conoscenza si apprestava a operare o soffrire e si rendeva conquistatore e trionfatore dei suoi atti. Faceva tutte queste conquiste e trionfi per le creature. Le amava troppo e voleva dare, voleva essere il Gesù vincitore, dando loro se stesso le sue conquiste ed i suoi trionfi per vincerle. Sicché la sua vita quaggiù, non è stata altro che un atto continuo d’amore eroico, che non dice mai basta di conquiste e di trionfi, per rendere felici i suoi figli. Questo lo faceva in tutto, se si metteva in cammino, aveva virtù di potersi trovare da una città all’altra senza far uso dei suoi passi, ma ha voluto camminare, per mettere in ogni passo il suo amore, in ogni passo che faceva, correva e si rendeva conquistatore e trionfatore dei suoi passi. Se le creature facessero attenzione, sentirebbero nei suoi passi il grido continuo: “corro, corro in cerca delle creature, per amarle e per essere amato”. Per formare la Redenzione bastava una sua lacrima, un sospiro, ma il suo amore non sarebbe rimasto contento, potendo dare e fare di più, il suo amore sarebbe rimasto inceppato in se stesso e non avrebbe potuto darsi il vanto di dire: “tutto ho fatto, tutto ho sofferto, tutto ti ho dato, le mie conquiste sono sovrabbondanti, il mio trionfo è completo”; è giunto fino a confondere l’ingratitudine umana col suo amore, con i suoi eccessi e con le pene inaudite, quindi in ogni pena Gesù metteva l’intensità del dolore più intenso ed acerbo, le confusioni più umilianti, le barbarie più crudeli e dopo che la corredava di tutti gli effetti più dolorosi, che solo un uomo e Dio poteva soffrire, si apprestava a soffrirla e così le mirabili conquiste nelle sue pene ed il pieno trionfo erano tutte frutto del suo amore! Nessuno avrebbe potuto toccarlo se Lui non lo avesse voluto e qui c’è tutto il segreto, le sue pene erano volontarie, volute da Lui e perciò contengono il segreto miracoloso, la forza vincitrice, l’amore che compunge e hanno virtù di travolgere tutto il mondo e cambiare la faccia della terra.

Nella celebrazione dell’Eucaristia riviviamo il mistero della croce; non solo ricordiamo, ma compiamo il memoriale del Sacrificio redentore, in cui il Figlio di Dio perde completamente Se stesso per riceversi di nuovo dal Padre e così ritrovare noi, che eravamo perduti, insieme con tutte le creature. Ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa, l’amore di Cristo crocifisso e risorto si comunica a noi come cibo e bevanda, perché possiamo seguire Lui nel cammino di ogni giorno, nel concreto servizio dei fratelli.

a cura di don Marco

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