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La fede di Tommaso

"Signor mio e Dio mio"

03/07/2024
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Siamo alla sera di Pasqua, del giorno della resurrezione di Gesù; siamo nella seconda parte del capitolo 20 del Vangelo di Giovanni. La prima parte (1-18) sono ambientati al mattino con la corsa al sepolcro di Pietro e di Giovanni, che vedono le tracce della resurrezione di Gesù: le lenzuola e le bende, ma non vedono Gesù. E poi c’è quel bel brano dell’incontro di Gesù con Maria di Magdala. Tutto avvenuto al mattino.

Invece questa seconda apparizione di Gesù a tutti gli apostoli, avviene alla sera dello stesso giorno di Pasqua. Gli apostoli che la notte della cattura si erano disgregati e divisi, ora si compattano nuovamente, si riuniscono tutti insieme in un solo luogo, ma è a porte chiuse, perché temevano di essere anche loro arrestati e condannati e uccisi. Le porte sono sbarrate, nessuno può entrare, ma Gesù entra e dice “Pace a voi”. È il primo dono che da Risorto fa ai suoi discepoli. È il primo dono del Risorto!

Che cosa è la pace? La pace è il ritorno dell’uomo nella sua verità. Cioè la verità della sua creazione che gli è stata data da Gesù Cristo. Solo Gesù può dare all’uomo la sua verità, perché ha operato la Redenzione, manifestando la verità che viene da Dio. Gesù ha vinto il peccato che è il creatore della non-pace. Il dono della pace è il primo dono del Risorto, perché ci fa percepire di essere persone create ad immagine e somiglianza di Dio. La non-pace ci fa vivere il peccato, la non-verità dell’uomo. La verità dell’uomo viene narrata nei primi due capitoli del libro della Genesi, dove, attraverso questi racconti, viene presentato il progetto di Dio; cosa Dio aveva pensato e realizzato per l’uomo, manifestando la verità dell’uomo. La pace è ordine della creazione, è rispetto, è amore, è obbedienza, è fratellanza, è unità, è comunione, è carità, è virtù. La pace è tutto questo. La non-pace è invece odio, divisione, rancore, uccisione, invidia, morte, vendetta, vizio. La pace di Cristo quindi conduce l’uomo al mistero della creazione. La pace riporta l’uomo al progetto originario di Dio, che aveva realizzato prima del peccato con Adamo ed Eva e che il peccato aveva rovinato.

Ma la pace donata da Gesù Risorto è più mirabile, perché l’uomo è divenuto partecipe della natura divina; è divenuto un vero figlio di Dio. La pace nasce dalla verità stessa dell’uomo e la risurrezione di Gesù manifesta più chiaramente la verità dell’uomo, perché rivela il motivo stesso della Creazione: lo stare con Dio. Ora Gesù Risorto vive con il Padre, come ciascuno di noi è chiamato a vivere con il Padre, per il Padre, nel Padre. E la Chiesa, donando la Verità e la Grazia di Gesù Cristo agli uomini dona, appunto la pace.

Cosa dice Gesù a Luisa sul dono della pace? Dice molte cose sulla pace, ma è interessante leggere una pagina che troviamo nel volume VI degli Scritti, dove, attraverso delle immagini molto efficaci, vicine alla vita quotidiana, Gesù spiega cosa è la pace. Ancora una volta comprendiamo come questi Scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta ci possono aiutare a comprendere in modo profondo la Parola di Dio e ci permette di trasportare il messaggio del Vangelo nella nostra esistenza quotidiana. Gli Scritti di Luisa sono come una lente d’ingrandimento che ci fa capire, in profondità, quello che la Parola di Dio voleva comunicare. Non è un di più. Non vuole essere un di più, ma uno strumento che ci permette di cogliere tutto quello che Dio ha già rivelato nella Sacra Scrittura e che attraverso l’esperienza mistica di alcuni Santi, aiuta il credente nella propria esperienza spirituale e per il proprio cammino di fede.

Quando un fiume rimane esposto ai raggi del sole, guardando dentro si vede lo stesso sole che sta in cielo, ma questo succede quando il fiume è calmo, senza che nessun vento agiti le acque; ma se le acque sono agitate, anche se il fiume è tutto esposto al sole, non si vede niente, tutto è confusione. Così l’anima, quando sta esposta ai raggi del Sole Divino, se è calma avverte il Sole Divino in se stessa, sente il calore, vede la luce ed intende la verità; ma se è turbata, e il sole lo tiene in sè, non prova altro che confusione e turbamento. Perciò è necessario tenere la pace come il più grande tesoro, se se vogliamo stare uniti a Gesù.

Comprendiamo bene come davvero la pace è capace di dire la Verità riguardo all’uomo: avere l’immagine di Dio dentro di sé; il “Sole divino” è dentro di noi, il “calore” che viene dal Sole divino lo percepiamo dentro di noi, la “luce” che riflette dallo specchio della nostra anima. Tutto questo accade, se, appunto, noi viviamo nella pace, lo strumento capace di farci capire chi siamo!

Gesù mostra agli apostoli le mani bucate e il fianco squarciato. Perché?  Per attestare la perfetta identità tra il Crocifisso e il Risorto. Il Risorto è il Crocifisso. Non si può parlare di risurrezione di Gesù senza il riferimento alla Passione. Il Risorto è l’Agnello che è stato immolato. Ed è questa la gioiosa scoperta degli Apostoli nell’apparizione di Gesù: vedere il Crocefisso Risorto!  Non è un fantasma. Luca, nei suoi racconti della risurrezione, sottolinea l’incredulità degli apostoli che pensano di vedere un fantasma e Gesù che chiede perfino un po’ di pesce da mangiare, per dimostrare che è Lui in carne ed ossa (Lc 24,36-43).

La gioia è quella di aver ritrovato la Persona che era stata persa con la morte, ma anche perché ora, con la risurrezione, il loro Maestro non può più essere tolto a loro.

La presenza di Gesù dona gioia.  Una gioia che gli apostoli non la devono dimenticare, perché anche la loro presenza, che è anche la presenza di Cristo Gesù, deve dare gioia a tutti coloro che incontreranno nella loro missione apostolica. Il cristiano è l’uomo della gioia!  Ma noi che immagine diamo del nostro cristianesimo? Siamo persone gioiose? A volte la nostra presenza trasmette tedio, tristezza, fastidio, proprio perché manca in noi la gioia di aver incontrato Gesù Risorto e più delle volte porta gioia la nostra lontananza dagli altri che invece la vicinanza. La gioia vera nasce dall’incontro con il Risorto. Crocifisso sì! Ma Risorto!

 

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».  Queste parole di Gesù sono il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, dall’Antica Alleanza alla Nuova Alleanza.  Nell’Antico Testamento agisce il Padre; è il Padre che chiama, che parla, che invia, che comanda, che ordina, che vuole. Il Padre chiama Adamo all’esistenza e con lui anche Eva. Dopo il peccato il Padre chiama Adamo ed Eva, Caino, Noè, Abramo, Mosè, i Giudici, Samuele, Davide, i Profeti. Tutto nell’Antico testamento è operato dal Padre. Anche Cristo Gesù è inviato dal Padre. Cristo Gesù è il Messia del Padre, il suo Unto, il suo Cristo, il suo Redentore. Da questo istante, cioè dalla risurrezione di Gesù, tutto viene spostato dal Padre verso il Figlio: ora è  Cristo che chiama ed invia, dona la missione, conferisce un ministero. Ora è Cristo che manda gli apostoli. Li manda allo stesso modo in cui il Padre ha mandato Lui. I discepoli devono essere i testimoni di Cristo Gesù. Come Cristo Gesù ha reso testimonianza al Padre, così i discepoli devono rendere testimonianza a Cristo Gesù. Attenzione! I discepoli non devono testimoniare il Padre, ma Cristo, perché solo testimoniando Cristo io posso far conoscere Dio come Padre. “Chi ha visto me ha visto vede il Padre.” (Gv 14,9). Il Cristianesimo trova il suo centro solamente in Gesù. Con ciò non si esclude il Padre e lo Spirito santo, perché nel momento in cui parlo di Cristo, inevitabilmente parlo del Padre e dello Spirito santo. Gesù nella sua persona doveva manifestare il Padre e i discepoli, nella loro persona, devono manifestare Gesù Cristo. Gesù sulla croce ha testimoniato il Padre e i discepoli devono testimoniare sulla loro croce Cristo. È Gesù la via per arrivare al Padre così come i discepoli sono la via per arrivare a Cristo.

Nell’Antico Testamento era stato il Padre a soffiare nelle narici di Adamo l’alito di vita, facendo divenire Adamo essere vivente. “7Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. (Gn 2,7). Ora non è più il Padre che dà la vita, ma è Gesù che soffia sugli Apostoli un nuovo alito della vita e li fa divenire esseri viventi nuovi attraverso il dono dello Spirito santo. Tranne Adamo ed Eva che furono creati direttamente da Dio, ogni altro essere umano è nato nell’eredità del loro peccato. Loro non hanno avuto neanche il tempo di generare un giusto, un santo dalla loro santità. Commisero subito il peccato e fin da subito generarono nel peccato i loro figli, e quindi tutta l’umanità.

La differenza tra i discepoli e Adamo ed Eva è completamente diversa. Da loro nacque tutta l’umanità peccatrice. Dai discepoli potrà nascere l’umanità tutta santa. Anche se un discepolo si allontana dalla via della Verità e della Grazia, rimangono gli altri che perseverano e che portano la santità e la verità nei cuori. Veramente i discepoli possono generare la nuova umanità, perché generati dallo Spirito. La generano prendendo un figlio di Adamo e facendone un figlio di Dio nelle acque del Battesimo per opera dello Spirito Santo. Ora anche un peccatore può diventare santo, il malvagio può diventare buono, il falso vero, l’ingiusto giusto, il lontano vicino, il nemico l’amico. Attraverso l’opera dei discepoli di Cristo la divisione si fa unità, l’egoismo diventa carità, la separazione diventa comunione, la moltitudine una cosa sola. È questa la nuova vita che gli Apostoli dovranno generare nel mondo.

Nel Volume XII degli Scritti di Luisa, Gesù spiega il capolavoro della Creazione: l’uomo. E lo descrive proprio come lo aveva pensato prima del peccato e spiega come per un nulla l’uomo è stato capace di rovinare questa grande opera di Dio.

La creazione dell’uomo è il capolavoro della potenza creatrice, dove l’Eterno, non a getti, ma a onde, a fiumi mandava il suo amore, la sua bellezza, la sua maestria, e preso da eccesso d’amore, metteva se stesso come centro dell’uomo. Ma Dio ne voleva una degna abitazione e quindi creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Dal fondo del suo amore ha tratto un respiro e col suo alito onnipotente ha infuso la vita, dotando l’uomo di tutte le sue qualità, proporzionate a creatura, facendolo un piccolo Dio; per cui tutto ciò che si vede nel creato era un bel nulla a confronto della creazione dell’uomo. Oh, quanti cieli, stelle, soli più belli ha messo nell’anima creata! Quanta varietà di bellezza, quante armonie! Basta dire che guardando l’uomo creato l’ha trovato tanto bello da innamorarsi e, geloso di questo sua opera, Lui stesso si è fatto custode e possessore dell’uomo e disse: “Tutto ho creato per te, ti do il dominio di tutto, tutto è tuo e tu sarai tutto mio”.

Non potremo mai comprendere del tutto i mari d’amore, le relazioni intime e dirette, la somiglianza che corre tra Creatore e creatura. Se la creatura conoscesse quanto è bella la sua anima, quante doti divine contiene, e come, tra tutte le cose create, sorpassa tutto in bellezza, in potenza, in luce, tanto, che si può dire che è un piccolo Dio e un piccolo mondo che tutto in sé contiene, come lei stessa si stimerebbe di più e non imbratterebbe con la più leggera colpa una bellezza così rara, un prodigio così portentoso della potenza creatrice! Ma la creatura, quasi cieca nel conoscere se stessa, molto più cieca nel conoscere il suo Creatore, si va imbrattando tra mille sozzure, tanto da sfigurare l’opera del Creatore, che stentatamente si riconosce. È il dolore di Dio. Se viviamo nel Volere di Dio, insieme con lui  possiamo sostituire i nostri fratelli innanzi al trono dell’Eterno, per tutti gli atti che dovrebbero fare per averli creati come un prodigio d’amore della sua onnipotenza; eppure sono così ingrati.

Dietro questo brano emerge l’intenzione alta di Dio nei confronti dell’uomo. Veramente noi siamo, come dice il salmo: “ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio” (Sal 138) e per un nulla abbiamo svuotato di significato tutta l’opera che Dio voleva compiere per l’uomo. Ma la risurrezione di Gesù ha permesso a Dio di realizzare questo suo sogno. Lo Spirito santo donato da Gesù Risorto ci permette di essere creature nuove, ci fa “rinascere dall’alto”, da acqua e da Spirito santo.

Tommaso non è presente a questo primo incontro di Gesù con i Dodici. Tommaso è chiamato Didimo, cioè il Gemello.  Questo soprannome lo possiamo anche interpretare come immagine del credente che ha dentro di sé un altro “gemello” e che rappresenta la parte “non credente”. La caratteristica del vero discepolo è proprio questa. Dentro ognuno di noi c’è una parte credente e una parte non credente. A volte prevale l’una sull’altra e siamo chiamati continuamente a confrontarci con queste due parti che esistono dentro di noi; a volte sono gli stessi eventi della vita che provocano questo scontro tra il credente e il non credente che c’è dentro di noi. Gli altri discepoli, quelli che erano stati presenti all’incontro, gli riferiscono quanto è avvenuto in un modo assai semplice: “Abbiamo visto il Signore!”. Dicono però la cosa più importante, il cuore di tutto, il kerigma, quello che ogni cristiano deve annunciare, è la sintesi del Vangelo. Di tutto quello che hanno vissuto nel primo incontro con Gesù Risorto non dicono nulla, ma solo che hanno visto il Signore.

Ed ecco la risposta di Tommaso: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Traduciamo questa sua risposta. Se credessi, senza toccare, vedendo soltanto, potrei ingannarmi come vi siete ingannati voi. In fondo il ragionamento che fa Tommaso è semplice da comprendersi. Un solo senso può ingannare un uomo. Tutti possono dire di vedere o di aver visto il Signore. Con due sensi concordi siamo nella legge della verità di una testimonianza. Tommaso, in fondo, non dice una cosa sbagliata, vuole invitare gli Apostoli a dare ragione a quello che credono, ad argomentare quell’esperienza particolare che hanno vissuto nell’incontrare il Signore Risorto e non limitarsi a dire che hanno visto e basta. Questo accade anche nella nostra esperienza. Molte volte ci si lamenta del fatto che persone a noi vicine, a cui parliamo sempre di Gesù, e non rimangono colpiti dalle nostre parole. Questo accade perché, appunto, parliamo solo di Gesù. Gesù invece va anche fatto vedere, con la nostra vita, va fatto toccare con le nostre opere di amore. Dobbiamo mettere in campo tutti i sensi per rendere la nostra testimonianza credibile e vera e non limitarsi ad uno soltanto.

Gesù sta ascoltando quanto Tommaso dice agli altri discepoli. Attende che Tommaso sprofondi nel suo dubbio, che maturi ben bene in esso. A volte il Signore sembra divertirsi a far macerare, in questo caso, Tommaso nel suo dubbio. Lo ha fatto anche con Luisa, per quanto riguarda la privazione da lei e lo fa per far aumentare il desiderio di Luisa di avere il Signore accanto a lei. Tra i numerosi brani che ne parlano ne scegliamo uno.

La privazione di Dio eccita maggiormente il desiderio e in questo desiderio eccitato l’anima respira Dio, e Dio, sentendosi più acceso da questo eccitamento dell’anima, respira l’anima. In questo respirarsi a vicenda Dio e l’anima, si accende maggiormente la sete dell’amore ed essendo l’amore fuoco, vi forma il purgatorio dell’anima.

Ciò che Giovanni vuole insegnare ai cristiani delle sue co­munità (e a noi) è che il Risorto possiede una vita che sfugge ai nostri sensi, una vita che non può essere toccata con le mani ne vista con gli occhi, può solo essere raggiunta mediante la fede.  Questo vale anche per gli apostoli che pure hanno fatto un’esperienza unica del Risorto. Non si può aver fede in ciò che si è visto. Non si possono avere dimostrazioni, prove scientifiche della risurrezione. Se qualcuno pretende di vedere, constatare, toccare, deve rinun­ciare alla fede. Noi diciamo: «Beati coloro che hanno visto». Per Gesù, invece, beati sono coloro che non hanno visto, non perché a loro costa di più credere e quindi hanno maggiori meriti, sono beati perché la loro fede è più genuina, più pura, anzi, è l’uni­ca fede pura.

Otto giorni dopo Gesù viene come la prima volta, a porte chiuse. Subito Tommaso è invitato a constatare, toccando, la verità del Corpo di Gesù e della sua risurrezione. A Tommaso viene richiesto di fare quanto era sua volontà per credere nella risurrezione di Gesù. Gesù lo invita prima a toccare e poi a vedere: a toccare le piaghe e a mettere la mano nel suo fianco. Lo invita però anche a non essere incredulo, ma credente! L’incredulità non è sempre razionale, logica, sapiente, intelligente, come la scienza ci insegna; l’incredulità spesso è proprio irrazionale, illogica, insipiente, stolta. La mente non sempre deve vedere e toccare per vedere la realtà delle cose, ma a volte la sua esistenza sussiste in virtù di una parola detta da un altro, da un testimone oculare. L’altro è vera fonte di scienza per me in virtù della fiducia e della stima che si ripone nell’altro. Gli apostoli si conoscevano da tempo, avevano vissuto insieme a Gesù tre anni e tra loro si era creato un forte legame di fiducia, sono stati tutti testimoni dell’opera di Gesù e tutti hanno vissuto anche il dramma della Passione di Gesù, anche se da lontano, perché erano scappati. Quindi è illogica l’incredulità, perché sembra tradire fortemente quei legami che invece hanno caratterizzato il loro essere parte dei Dodici. Perché Tommaso avrebbe dovuto aprirsi alla fede in Gesù Risorto? Perché chi gli rendeva testimonianza erano dieci suoi fratelli, i quali non avevano alcuna intenzione di scherzare con lui e lo attestava lo stesso tono delle loro parole e le modalità del loro comportamento: “Abbiamo visto il Signore!”. Anche il cambiamento del loro comportamento, dopo l’incontro con Gesù Risorto, è un’altra prova della serietà e della fondatezza delle loro affermazioni. Dieci testimoni sono credibili. L’incredulità di Tommaso è illogica, insipiente, contro la stessa storia. Credere agli altri è proprio dell’uomo. Senza la fede negli altri è come se la nostra umanità sprofondasse negli abissi dell’impossibilità. Senza fede negli altri, niente sarebbe più possibile. Senza più fede negli altri, vivremmo senza più certezza.

Proprio su questo argomento c’è un piccolo brano nel IV volume che parla del credere e che tutto è scritto nel cuore di chi crede, spera ed ama.

Per comprendere bene un soggetto ci vuole la credenza, perché senza di questa tutto è buio nell’intelletto umano, mentre il solo credere accende nella mente una luce e per mezzo di questa luce scorge con chiarezza la verità e la falsità, quando opera la Grazia e quando la natura e quando quella diabolica. Il Vangelo è noto a tutti; ma chi comprende il significato delle sue parole, le verità che esso contiene? Chi le conserva nel proprio cuore e ne fa un tesoro per comprarsi il Regno eterno, chi crede. E tutti gli altri, non solo non comprendono nulla ma se ne servono per farsene beffe e mettere in ridicolo le cose più sante. Quindi si può dire che tutto è scritto nel cuore di chi crede, spera ed ama, e in tutti gli altri niente è scritto per loro. Chi ha un po’ di credenza vede le cose con chiarezza e trova la verità; chi no, vede le cose tutte confuse.

Tommaso vedeva tutto confuso, perché non dava fiducia alla fede dei suoi fratelli. E questo accade anche a noi, quando non ci fidiamo dell’altro.

Ora Tommaso non ha più bisogno di toccare. Gli basta aver visto ed ascoltato il suo Maestro. Gli basta a tal punto che fa una vera professione di fede: “Mio Signore e mio Dio”. È la fede che nasce dalla sua contemplazione di Gesù Risorto. È questa la professione di fede che deve sorgere in ogni cuore che si apre a Cristo Gesù, dopo aver ascoltato la testimonianza della sua risurrezione.

Gesù deve essere il Signore e il Dio del mondo intero. A questo deve tendere la testimonianza della sua risurrezione: a far sì che ogni uomo faccia questa stessa professione di fede di Tommaso. Gesù riprende ora il tema della nascita della fede e gli dona il suo statuto perenne.

La fede non nasce dalla visione. La visione è ininfluente alla fede. La fede nasce dalla testimonianza. Chi crede attraverso la testimonianza dei suoi fratelli è veramente beato. È beato chi crede per testimonianza. È beato chi crede perché altri hanno riferito il fatto, la realtà della risurrezione del Signore. Questa è la fede della Chiesa che è Apostolica, quindi fondata sulla testimonianza degli Apostoli. La fede nasce dalla Parola predicata. La via della fede è l’uomo che è stato trasformato dalla fede. È l’uomo che vive di fede e vive di fede se vive di obbedienza.

La stessa parola “obbedienza” (ab-audire) ha a che fare con l’ascolto e con l’aderire, obbedendo, a quello che si è ascoltato. Di tutto questo Luisa ne ha fatto il fondamento di tutti i suoi Scritti, prodotti solo per obbedienza al suo Padre Spirituale (Don Gennaro De Gennaro). E sempre nel Volume IV Luisa descrive mirabilmente che cosa è l’obbedienza. È una delle definizioni più belle di obbedienza.

L’obbedienza scioglie e incatena, e siccome è catena, lega il Volere Divino con l’umano e ne forma uno solo, in modo che l’anima non agisce col potere della volontà sua, ma col potere della Volontà Divina; e poi non saremo noi che obbediremo, ma sarà Gesù a obbedire in noi.

Questo è ciò che rende piena e realizzata la vita del credente, quando, appunto, non è più l’uomo a compiere un atto unilaterale di obbedienza nei confronti di Dio, ma sarà Dio stesso, che ormai abita nel cuore dell’uomo, a obbedire nell’uomo. È la maturità della fede.

 

Don Marco
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