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La prima lettera di San Giovanni: Abbiamo contemplato la Parola della vita (prima parte)

“Quando il mio amore paga, è tanto il suo valore, che può pagare per tutti e riacquistare ciò che vuole”

17/02/2021
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Ciò che era dal principio,

ciò che abbiamo udito,

ciò che abbiamo veduto con i nostri occhi,

ciò che abbiamo contemplato

e ciò che le nostre mani hanno toccato,

circa la Parola della Vita (1 Gv 1,1)

 

«Ciò che era dal principio»: di quale principio intende parlarci l’Apostolo? Di quello del mondo o di quello della vita pubblica del Signore? Se cerchiamo l’espressione “In principio” in Giovanni, troviamo nel IV Vangelo un’affermazione del Maestro che ci toglie ogni dubbio: “Voi siete con me fin dall’inizio” (Gv 15,27), cioè fin dai primi momenti della mia manifestazione pubblica a Israele.

Naturalmente questa interpretazione non esclude che dal principio indichi anche, in una certa misura, qualcosa che esiste da tutta l’eternità. Infatti questo brano iniziale della lettera riecheggia molto da vicino il prologo del IV Vangelo: “In principio era la Parola, la Parola era presso Dio e la Parola era Dio” (Gv 1,1). L’Evangelista afferma, in sostanza, che la persona del Salvatore, che esiste dell’eternità (dal principio), ed il suo messaggio sono stati e devono essere conosciuti integralmente a cominciare dal principio, perché chi conosce tutto fin dai primordi ha una visione più completa e anche perché all’inizio della predicazione del Vangelo (in generale) e all’inizio della nuova esperienza di fede di ognuno (in particolare) sono state comunicate le verità più importanti e più autentiche della vita cristiana. Solo l’acqua che viene direttamente dalla sorgente è la più pura e la più genuina.

Nel v. 1 l’Autore della lettera dice: “Ciò che era”: così intende indicare non solo il Cristo, ma tutto quello che lo riguarda. Per il credente è dunque fondamentale avere una conoscenza completa di tutto quello che Gesù disse e fece fin dai primi tempi. È indispensabile dunque conoscere bene tutta la vicenda storica del Cristo per non sbagliare circa la sua identità e non alterare, nel corso del tempo, la verità. Ciò che era all'inizio va riscoperto ed acquisito in modo completo. Quanto oggi noi crediamo deve fluire dall'inizio.

«Ciò che abbiamo udito»: tre sono i sensi corporei che hanno permesso all'Evangelista di entrare in contatto con il Signore: l'udito, la vista e il tatto.

«Ciò che abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato»: noi oggi possiamo ancora udire le parole del Cristo riportate con tanta fedeltà nei Vangeli. Come possiamo però vedere o toccare il Signore risorto? Per noi esiste davvero un modo reale di vedere (aspetto materiale) e di contemplare (aspetto mistico) il Signore: esso consiste nell'ascolto assiduo e attento della sua Parola, la quale ci porta a sperimentare la sua presenza, in modo che non abbiamo nulla da invidiare ai testimoni oculari. Anzi, noi siamo ancora più “beati” di loro poiché, attraverso l'udito, possiamo fare un'esperienza interiore che ha maggiori garanzie di validità rispetto a quella sensoriale, perché richiede una sensibilità più raffinata di quella necessaria a chi ha visto con i propri occhi o toccato con le proprie mani.

«Ciò che le nostre mani hanno toccato»: il verbo usato è proprio lo stesso utilizzato da Gesù Risorto per dire agli apostoli, sbalorditi dalla sua presenza fisica: “Toccatemi e rendetevi conto che uno spirito non ha né carne né ossa, come vedete che io ho” (Lc 24,39), ci fa capire che c'è per noi un modo di toccare l'intoccabile. Notiamo che non è inutile che l'Apostolo dica di aver visto con gli occhi e aver toccato con le mani (Cfr. Gv 20,27): egli non dimentica gli organi della percezione sensoriale perché sa bene che il corpo è strumento necessario dello spirito in questa esperienza.

«Circa la Parola della Vita»: quello che è stato il vero oggetto dei sensi dei vari testimoni è il Lógos, cioè la Parola della Vita, o anche, come subito dopo afferma più sinteticamente, la Vita. Non possiamo non citare le notissime parole del Prologo del Vangelo, le quali ci spiegano il motivo per cui è stato possibile vedere e toccare la Parola divina: “La Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). È stata l'Incarnazione l'evento straordinario che ha fatto sì che gli apostoli potessero vedere la Vita invisibile e noi, attraverso i loro occhi, possiamo arrivare ad avere la stessa certezza che loro avevano per amarlo con la stessa intensità (cfr. 1 Pt 1,6-9)! Dobbiamo sapere che uno dei segreti più belli della contemplazione mistica dei santi è proprio quello di fissare lo sguardo sul mistero dell’Incarnazione del Verbo (1 Pt 1,12).

Nella sua preghiera, Luisa amava girare ed entrare negli atti divini compiuti dal Signore, e il 25 dicembre 1937 racconta ciò che Gesù le ha detto quando è giunta a immergersi nel mistero dell’Incarnazione; contemplava le meraviglie e le sorprese d’amore, di potenza, di sapienza divina, da non sapere da dove iniziare. Ed ecco che Gesù stesso in quel momento, sorprendendola le ha detto che nella Sua discesa sulla terra sono state tali e tante le meraviglie, la foga d’amore, che né agli Angeli, né alle creature è dato di comprendere ciò che la Divinità ha operato nel mistero dell’Incarnazione.

L’Ente Supremo possiede in natura il suo moto incessante. Se questo moto potesse cessare anche per un istante, ciò che non può essere, tutte le cose resterebbero paralizzate e senza vita, perché tutte le cose, la vita, la conservazione e tutto ciò che esiste in Cielo ed in terra, tutto dipende da quel moto. Quindi nello scendere dal Cielo in terra, il Verbo e Figlio del Padre, è partito dal divino moto primo, cioè, è restato e partito; il Padre e lo Spirito Santo sono scesi con il Figlio, hanno concorso, né il Figlio ha fatto alcun atto senza che lo facesse insieme con loro e loro sono rimasti sul trono pieni di Maestà nelle regioni Celesti.

Nel partire, la Sua immensità, il suo amore, la sua potenza, sono scese insieme ed il suo amore, che dà dell’incredibile e non si soddisfa se non forma della sua vita tante vite per quante creature esistono, non solo, ma dovunque e dappertutto ha formato la sua vita, l’ha moltiplicata e tenendo la sua immensità in suo potere, l’ha riempita di tante vite divine, affinché ognuno avesse una vita divina tutta propria e la Divinità avesse la gloria, l’onore di tante Vite divine per quante cose e creature sono uscite alla luce del giorno. L’amore divino ripagava se stesso della Creazione e col formare tante vite divine, non solo lo ricambiava, ma dava di più di quello che aveva fatto. La Divinità è rimasta rapita ed ha avuto un incanto così dolce nel vedere i ritrovati, gli stratagemmi del suo amore, nel vedere tante sue vite sparse e che il suo amore si serviva della sua immensità come circonferenza dove metterle; sicché, mentre si vedeva la vita divina come centro, la sua immensità e potenza come circonferenza in cui venivano depositate queste vite innumerevoli, trovando tutto, tutti si offrivano per amarlo e farsi amare.

don Marco
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Ultimi commenti 1 di 1
- 18/02/2021
Thank you so much for these Holy Words. Sherry Leonard Tallahassee Florida