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“Volli essere crocifisso ed innalzato in croce, per fare che le anime, a seconda che mi vogliano, mi trovino”

Quarta parola: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (seconda parte)

23/06/2020
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Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». (Mc 15,33-35).

Il salmo 22, citato nell’espressione di Gesù sulla croce, è molto lungo. Il punto di partenza lo ritroviamo proprio nel grido di Gesù: la sensazione di essere abbandonati da Dio, un Dio che “non risponde” alle richieste di aiuto, né di giorno né di notte. Sembra una situazione bloccata, quasi la sensazione di soffocare senza che venga intravista alcuna via d’uscita.

Si apre però uno spiraglio: «Eppure tu sei il Santo, tu che dimori nei canti d’Israele» (v. 4). In questo versetto ci viene data una chiave risolutoria. Se ci sentiamo abbandonati, ci viene detto dove trovare Dio: nei salmi. Lì è la sua dimora, lì è possibile trovarlo, e in più ogni salmo è una lode. Per questo nel suo senso di abbandono Gesù si aggrappa a un salmo, il nostro.

Ma non è sufficiente. A questa affermazione, apparentemente teorica, viene aggiunto un altro motivo per aver fiducia: «In te confidarono i nostri padri, confidarono e tu li hai liberati; a te gridarono e furono salvati, in te confidarono e non rimasero delusi» (vv. 5-6). Per dire a noi che la fede comprende la costruzione di una memoria, quella “biblica”, che dice l’esperienza dell’uomo della vicinanza di Dio. Quando la vita è confusa e non capiamo più quello che ci succede, possiamo anche appoggiarci alla fede di altri più forti di noi, o che vivono un momento migliore del nostro: per questo i discepoli di Gesù sono chiamati a formare una “comunità di fratelli”.

Il salmista prosegue ed è ancora ripreso dalla disperazione: si vede circondato da leoni ruggenti, si sente sciogliere come acqua, come cera, con le ossa tutte slogate, con la lingua riarsa, attorniato da un branco di cani, accerchiato da una banda di malfattori (vv. 13-17). Però ancora prevale l’invocazione, che in quanto tale significa che alla fine ha la meglio la fiducia: «Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, vieni presto in mio aiuto. Libera dalla spada la mia vita, dalle zampe del cane l’unico mio bene. Salvami dalle fauci del leone e dalle corna dei bufali!» (vv. 20-22).

Qui però, a sorpresa, si apre un tornante decisivo, perché il salmo dice: «Tu mi hai risposto!» (v. 22). Ora la svolta è definitiva, perché comincia un grandioso inno di ringraziamento e di lode che attraversa il cosmo e la storia. Un Dio che sembrava sordo e indifferente, estraneo alla sofferenza di chi lo invocava con accenti di disperazione, questo Dio ha risposto! Nessuno sa quanto tempo ci sarà voluto per arrivare a questa conclusione. Nel caso di Gesù non molto, perché la “risposta” è un evento che ha sconvolto la stria del mondo: la sua risurrezione.

Nell’abbandono troviamo immancabilmente la presenza di Dio, lo ha provato Gesù sulla croce, lo ha provato Luisa nelle sue innumerevoli sofferenze per la privazione di Gesù, lo possiamo provare anche noi nei nostri momenti in cui ci sentiamo abbandonati.

In un brano del 15 dicembre 1905 Gesù dice a Luisa che il Figlio di Dio ha voluto essere crocifisso e innalzato in croce, per fare che le anime, a seconda che lo vogliano, lo possano trovare. Se uno lo vuole maestro, perché sente la necessità di essere ammaestrato, e Gesù si abbassa ad insegnargli tanto le cose piccole quanto le più alte e sublimi, da farlo il più dotto tra tutti i dotti. Un altro geme nell’abbandono, nell’oblio; vorrebbe trovare un padre, viene ai piedi della croce, e Gesù si fa padre, dandogli l’abitazione nelle sue piaghe, il suo sangue per bevanda, per cibo le sue carni e per eredità il suo stesso regno. Un altro è infermo e già lo trova medico, che non solo lo guarisce, ma gli dà i rimedi sicuri per non cadere più nelle infermità. Un altro è oppresso da calunnie, da disprezzi: ai piedi della croce trova il suo difensore, fino a restituirgli le calunnie e i disprezzi convertiti in onori divini. Così di tutto il resto, se lo vuole giudice lo trova giudice, chi amico, chi sposo, chi avvocato, chi sacerdote, così lo trovano. Per questo Gesù ha voluto avere inchiodati mani e piedi, per non opporsi a nulla di ciò che vogliono, per farlo come lo vogliono; ma guai a coloro che, vedendo che Gesù non può muovere neppure un dito, ardiscono di offenderlo.

In croce si muore soffocati: il grido deve essergli morto in gola. Ma è certo che Gesù aveva tutto il salmo in testa, e con questa parola ha voluto darci una pista da seguire qualora ci trovassimo in situazioni analoghe alla sua. Scrive S. Agostino: “Il Signore Gesù, il Figlio di Dio, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce”!

 don Marco

 

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